Spazi che si trasformano
Il parere del progettista.

di Francesco Marino
Dallo spettacolo alla sala corporate, dall’aula universitaria all’auditorium: oggi gli spazi devono adattarsi a esigenze diverse, e la progettazione delle infrastrutture e dei sistemi tecnologici è di primaria importanza. Ne abbiamo parlato con Luca Dallaturca, CEO e co-fondatore, insieme a Marco Trame, di Cavea Engineering, per capire come si traduce la polifunzionalità in pratica, quali sono le richieste più frequenti dei committenti e quale ruolo giocano architettura, tecnologie immersive e infrastrutture digitali nella progettazione dei nuovi spazi.
Luca, qual è l’esigenza primaria che porta alla richiesta di polifunzionalità?
La richiesta di spazi polifunzionali nasce dall’esigenza, presente da sempre in chi progetta o investe in un ambiente, di non poterne prevedere con certezza gli usi futuri. Architetti, ingegneri o proprietà cercano quindi soluzioni versatili, capaci di adattarsi a scenari diversi e di seguire l’evoluzione del mercato senza dover intraprendere continui interventi. Un investimento di questo tipo, infatti, deve avere un ciclo di vita lungo – spesso di decenni – e garantire la possibilità di riconfigurare arredi e tecnologie in base alle necessità.

Notate differenze tra committenza pubblica e privata?
Sì, ma in modo quasi paradossale. Nel privato i committenti hanno solitamente un’idea chiara di ciò che vogliono: spazi con funzioni definite, pur includendo elementi di flessibilità, e orientano le scelte in base a un utilizzo concreto già previsto. Nel pubblico, invece, la polifunzionalità è richiesta con più insistenza, spesso perché i progetti nascono da opportunità di finanziamento senza che sia ancora chiaro chi gestirà lo spazio. In questi casi, si tende a lasciare aperte tutte le possibilità, immaginando usi molteplici e non ancora definiti. In ambito Corporate, specialmente premium, la polivalenza diventa invece un requisito assoluto, spinta dalle grandi aziende che investono in soluzioni tecnologiche e architettoniche capaci di trasformare radicalmente gli ambienti, e sostenuta da investimenti importanti.
Quali sono le richieste più frequenti?
Riguardano la possibilità di avere spazi flessibili e pronti a supportare diversi format, dal talk stile TED alla conferenza tradizionale fino allo spettacolo teatrale. Questa libertà d’uso si accompagna alla necessità di dotazioni tecniche versatili: predisposizioni complete per luci, microfoni e video, una rete di connessioni diffusa e infrastrutture solide che permettano sia la crescita futura, sia l’intervento agevole dei service esterni.
I committenti sono consci del fatto che il primo step per la polifunzionalità è una rete solida e ben strutturata?
Non sempre, spesso è un aspetto lasciato interamente ai progettisti. Solo in rari casi – come alcune università o aziende che producono contenuti internamente e che quindi già si cimentano con la gestione di segnali in alta definizione – esistono prescrizioni chiare fin dall’inizio. Nella maggior parte dei progetti, invece, serve un lavoro di consulenza per accompagnare il cliente nella definizione delle reali necessità. Curiosamente, le priorità si concentrano quasi sempre sul video, percepito come l’elemento più immediatamente visibile, mentre audio e luci vengono trattati come predisposizioni da integrare in seguito, spesso con la prospettiva del noleggio. Fanno eccezione le grandi corporate, che tendono a investire direttamente in dotazioni complete per includerle nei budget iniziali e non avere costi ricorrenti nel tempo.

La tecnologia può essere complessa: come riuscite a condurre i clienti verso scelte oculate e realmente adatte?
Molti clienti non hanno competenze specifiche e rischiano di sentirsi spaesati davanti a scelte tecniche complesse. Per questo ricorriamo sempre più a strumenti di renderizzazione e virtualizzazione in tempo reale: software che consentono di mostrare in anteprima gli effetti luminosi o i cambi di assetto. In particolare per il lighting, questo fa la differenza: la possibilità di “vedere” il risultato finale, quasi come in un videogioco, elimina dubbi e resistenze, trasformando un linguaggio tecnico in qualcosa di immediatamente comprensibile.
Quali sono le tecnologie che, secondo voi, permettono di trasformare una sala?
Partendo dall’assunto che rete e trasporto dei segnali fanno la differenza, parlerò principalmente di gestione di video e audio. Per il video, nelle venue professionali si lavora ancora molto con infrastrutture HD-SDI, sfruttando la compatibilità con il mondo broadcast e garantendo connessioni punto a punto affidabili, pur valutando soluzioni più moderne come il Video Over IP, che semplifica la distribuzione ma richiede maggiore competenza d’uso, perché non è detto che il tecnico di un teatro abbia questo tipo di competenza IT. Sul fronte audio, la digitalizzazione è ormai consolidata: il segnale audio si distribuisce ovunque in digitale, quasi sempre con Dante, così come i controlli DMX delle luci, rendendo più semplice integrare sistemi complessi.
Apro una parentesi: si parla molto di studi virtuali, anche in venue polivalenti e addirittura in sale Corporate. Qual è la vostra esperienza?
Te lo confermo: studi virtuali e sfondi digitali realizzati con LEDwall sono pensati sia per eventi interni, magari in streaming, sia per produzioni video. Alcuni progetti prevedono schermi LED di grandi dimensioni che partono dal palco, quindi serviranno più come sfondo che per la visualizzazione di contenuti. Pur essendo ancora una tecnologia costosa e complessa da gestire, le aziende mostrano grande interesse e la volontà di predisporre l’infrastruttura necessaria fin da subito, considerando gli studi virtuali come una delle opzioni future da integrare nella polifunzionalità degli spazi.
L’architetto ha sempre un ruolo importante nella definizione degli spazi, nella vostra esperienza come interpreta solitamente il tema della polifuzionalità?
Negli spazi polifunzionali, l’architetto guida il progetto portando avanti la visione della polivalenza prima di chiunque altro. Abbiamo avuto il privilegio di lavorare con studi di primo piano come quelli di Cucinella e Citterio, e hanno spesso anticipato esigenze poi emerse successivamente, proponendo soluzioni che permettono configurazioni multiple del palco o dello spazio frontale, delle sale, degli uffici, declinate poi dai progettisti multimediali e illuminotecnici. Spesso ci viene chiesta flessibilità nell’area relatori: per ottenere un podio già cablato per le conferenze, un tavolo attrezzato per una lezione, o uno spazio tutto libero dove mettere poltroncine per un evento in stile TED Talk. Spesso nei progetti per le Università ci viene proprio chiesto di annullare il più possibile la distanza, fisica e ideale, tra relatore e studenti. Per tutte queste richieste abbiamo ingegnerizzato Inner, una postazione multimediale configurabile ad incasso per vari scenari d’uso.
Vi è capitato di avere richieste di immersività associata alla polifunzionalità?
Non è una richiesta frequente, ma quando c’è costituisce il centro del progetto. Infatti queste tecnologie hanno ancora costi elevati, non solo degli apparati, LED in particolare, ma anche per quanto riguarda la creazione dei contenuti e la complessità della gestione: spettacoli o installazioni immersive richiedono investimenti importanti e personale qualificato per essere sfruttati appieno. In generale, le grandi aziende tendono a privilegiare virtualizzazioni più semplici e schermi LED, mentre i teatri, dotati di infrastrutture sceniche consolidate, possono gestire meglio soluzioni immersive complesse, anche se la domanda, almeno nella nostra esperienza, resta ancora limitata, a meno che non si affianchi la proposta di mostre ed eventi a quella degli spettacoli.




