Binario 7 Monza

Vent’anni di polifunzionalità culturale a Monza.

Binario 7 Monza

di Francesco Marino

Teatro Binario 7, così chiamato per la sua prossimità alla stazione ferroviaria, nasce nel 2005 a Monza, quando il Comune decide di affidare alla compagnia Danza Immobile la gestione del nuovo polo teatrale nella struttura di via Turati. Da allora, il centro ha saputo crescere e trasformarsi, fino a diventare un vero ecosistema culturale: oggi gestisce due sale principali per spettacoli ed eventi, tre salette per attività più raccolte, una scuola di teatro, una compagnia teatrale di produzione, una radio interna, spazi espositivi per mostre d’arte e persino alcune postazioni di coworking. Una struttura polifunzionale che permette di far convivere eventi di tipologie diverse anche in contemporanea, ampliando le possibilità e rafforzando la sostenibilità economica. Perché anche la cultura va sostenuta economicamente, e un buon modello di business può diventare il volano che moltiplica le opportunità di crescita per il pubblico e per il territorio.

In questa intervista approfondiremo gli aspetti economici, organizzativi e di visione che stanno dietro a questa esperienza ventennale.

La polifunzionalità di Binario 7 – intesa come possibilità di ospitare format diversi, spesso in contemporanea – è una risposta a una richiesta del pubblico o una proposta dei gestori per rinnovare e rafforzare il rapporto con la propria comunità?

Fino a non molto tempo fa, quando un’amministrazione parlava di sala polifunzionale, significava in realtà avere uno spazio ibrido che non funzionava né per il teatro né per le conferenze. Mancavano i camerini, le americane di sala, le dotazioni tecniche di base. Oggi le amministrazioni hanno iniziato a chiedere a chi lavora in teatro consulenze e aiuto… un passo avanti importante, perché avere spazi adeguati permette di accogliere davvero formati diversi. E oggi, poter ospitare tanto una compagnia teatrale quanto un convegno medico o la presentazione di un bando, risulta un vantaggio decisivo. Ogni anno gestiamo direttamente circa 220 eventi, altri 100 per conto del Comune e un centinaio per conto di terzi: significa 2-3 eventi al giorno nei dieci mesi di attività. Si va dalla conferenza per 25 persone allo spettacolo per 300 spettatori, spesso in contemporanea. D’altronde, la convivenza di formati diversi non solo arricchisce l’offerta culturale, ma rappresenta anche la condizione per garantire equilibrio economico e continuità gestionale.

La sala Chaplin.

Quando e come è nata l’opportunità di evolvere il vostro progetto da esclusivamente culturale a “ibrido”?

Dopo circa dieci anni di gestione esclusivamente teatrale, l’edificio cominciava a richiedere una serie di interventi di riqualificazione, anche edili, che il Comune da solo non avrebbe potuto affrontare. Abbiamo quindi presentato un progetto innovativo basato sul project financing, il direttore artistico ha avuto l’idea di creare una seconda sala e da lì è nato lo spunto per ampliare e diversificare, anche con altri spazi. Ci siamo anche ispirati a esperienze consolidate: collaboriamo da anni con il Teatro dell’Elfo di Milano e ricordo ancora quando l’Elfo Puccini riaprì le nuove sale: rimasi colpito dalla flessibilità e dalla cura delle strutture. Per la realizzazione pratica, siamo partiti non dagli strumenti tecnologici, ma dalla conformazione delle sale e dal progetto d’uso che avevamo in testa. È stato un percorso complesso, fatto di sperimentazione, confronto e fiducia nei professionisti giusti, ma fondamentale per rendere il progetto di Binario 7 davvero polifunzionale. Nel 2017 ci siamo anche trasformati da associazione culturale a Società Benefit, per offrire sempre nuovi strumenti di gestione alla nostra realtà.

Come vi siete organizzati a livello tecnico per rispondere alle necessità di polifunzionalità?

Per noi polifunzionalità significa innanzitutto avere strumenti tecnici agili, perché il teatro si monta e si smonta ogni giorno. Da noi capita spesso di fare uno spettacolo nel weekend e dover smontare allestimento e scenografie la domenica sera perché il lunedì mattina ospitiamo un convegno, e se non fossimo in grado di gestire questa rapidità di passaggio, non potremmo garantire la sostenibilità economica del progetto. Dal punto di vista tecnico, per prima cosa ci siamo dotati di un sistema audio da conferenza con basi microfoniche da tavolo, pronto all’uso, che abbiamo affiancato al sistema più prettamente “teatrale” che andava rimontato ogni volta. Naturalmente poi la dotazione video: tutti gli eventi ormai hanno bisogno di slide, collegamenti da remoto, contributi multimediali, ma soprattutto abbiamo investito in una rete e nel Wi-Fi ad alta velocità. Abbiamo dovuto affrontare non pochi problemi infrastrutturali, vista la posizione vicino al Lambro, ma oggi possiamo offrire una connessione affidabile. Sul piano architettonico, la differenza tra le due sale è altrettanto importante: quella storica ha un palco alto, tipico dei teatri all’italiana, mentre la sala nuova è piatta, perfetta per conferenze e incontri, e ci lascia più libertà. Nella quotidianità, la polifunzionalità per noi è proprio questa: poter passare con agilità da uno spettacolo teatrale a un convegno, a una mostra, con strumenti tecnici affidabili e facili da gestire.

Residenza d'artista, opere di Jasmin Prezioso in sala.

Venendo alla visione più strategica, affiancare alla parte prettamente culturale anche eventi di altra natura, è una scelta o una necessità?

Secondo me le due cose non sono in contraddizione: portare in teatro persone che normalmente non lo frequenterebbero – magari per un convegno o una presentazione – significa far vivere loro un’esperienza positiva: una sala curata, un’acustica di qualità, un impianto audio che funziona senza intoppi… In quel momento abbiamo anche la possibilità di parlare della nostra offerta culturale, lasciare i programmi e, chissà, vedremo tornare qualcuno per uno spettacolo. Gli affitti rappresentano meno del 10% del nostro fatturato, e non vogliamo spingerci oltre: gli attori hanno bisogno di spazi per le prove, e il teatro deve restare prima di tutto un luogo di produzione artistica. Però un mercato esiste, e lo presidiamo con tariffe accessibili: non solo eventi aziendali, ma anche compagnie amatoriali e realtà artistiche indipendenti che scelgono di esibirsi qui. In questo senso, aprire il teatro a più tipologie di eventi non è una resa, ma un modo intelligente per restare sostenibili senza snaturare la nostra identità culturale.

Questo modello è effettivamente capace di rinnovare il rapporto con il pubblico?

Mentirei se dicessi che è una cosa semplice o scontata. I pubblici non sono “osmotici”: chi frequenta le stagioni musicali spesso non viene a teatro, e viceversa. Ci vuole tempo, pazienza e continuità; lentamente, però, dopo vent’anni, i risultati arrivano. Gli allievi della nostra scuola di teatro, per esempio, hanno iniziato a seguire anche gli spettacoli e chi viene per un convegno o una mostra scopre che esiste un teatro vivo in città. In questo senso, la polifunzionalità è uno strumento: permette di incontrare persone che non ci avrebbero mai cercato per la programmazione culturale e che invece, una volta qui, possono diventare nuovo pubblico. Non è immediato, ma è così che si costruisce un legame duraturo con la comunità.