Proiettili di luce

I moderni sistemi di visualizzazione, siano essi videoproiettori, pannelli LED o schermi dei portable device che abbiamo in tasca, funzionano secondo principi di ottica che ci permettono di fruirne con una certa previsione di affidabilità. Utilizzare la luce per trasferire informazioni, per spostare un’immagine di sé o del mondo da un luogo a un altro non è però solo una caratteristica della nostra attuale società elettrificata.

Proiettili di luce

di Andrea Mordenti

La luce è stata oggetto di ricerca e meditazione da parte dell’uomo sin dai secoli più lontani, gli innumerevoli tentativi di spiegarne la natura e il comportamento che si sono succeduti nel tempo sono sempre stati sostituiti da teorie successive, ma ognuno di questi capitoli della storia del sapere  ha lasciato una traccia nel nostro linguaggio e nel nostro modo di pensare, comprendere e quindi vedere la luce. Con il termine proiezione se ne richiama la natura corpuscolare e possiamo immaginare i fotoni che fuoriescono dall’ottica di un proiettore come tanti proiettili scagliati con forza contro lo schermo, che a sua volta li riflette, rilanciandoli infine dentro ai nostri occhi.

Pitture rupestri paleolitiche nella Cueva de las Manos in Argentina, il soggetto della mano in negativo è presente anche in altri siti in Europa e in Africa, i più antichi dei quali risalgono a oltre 40.000 anni fa.

Scrive il fisico statunitense Arthur Zajonc:

Gli atomisti del mondo greco credevano che sottili pellicole o immagini si staccassero dagli oggetti, o venissero da essi impresse nell’aria, e fluissero verso l’osservatore, sino a penetrare nel suo occhio. La sottile immagine riflessa del mondo, che è visibile quando guardiamo la pupilla scura dell’occhio di chi ci sta di fronte, veniva da essi considerata una prova dell’esistenza di queste pellicole. (1)

L’idea di una materia impalpabile fatta di corpuscoli coinvolti in un rapidissimo movimento coordinato è alla base della nostra esperienza del fenomeno. La luce è stata usata per trasmettere immagini fin dall’età della pietra, se pensiamo che le pitture rupestri come quelle nella Cueva de las Manos in Argentina di oltre 10.000 anni fa sono certamente state realizzate utilizzando una torcia per illuminare la parete di roccia e, allo stesso tempo, potevano essere viste solo accendendo un fuoco nel buio della caverna. L’uomo del paleolitico che traccia la figura in negativo della sua mano ne sta in realtà ricalcando l’ombra.

Una pagina del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci con i disegni che rappresentano il percorso della luce ed il funzionamento dell’occhio e della camera oscura.

La storia dell’arte e lo studio dei fenomeni della luce hanno seguito un percorso comune dove architettura, scultura, pittura, geometria e ottica si sono arricchiti reciprocamente. Per meglio mettere a fuoco la questione, affidiamoci alle parole di  Bill Viola, maestro della video-arte recentemente scomparso.

Le prime testimonianze di proiezioni tramite foro stenopeico risalgono alla Cina antica del V secolo a.C., ma solo nel IX secolo d.C. la tecnologia venne descritta in maniera esaustiva. Quando raggiunse l’Europa, esercitò una profonda influenza sull’arte e sulla scienza. Nel Seicento, per esempio, Vermeer e i colleghi olandesi usavano le camere oscure per comporre le loro immagini. L’idea è quella di una stanza che funzioni come l’occhio umano. Tutta la luce esterna viene schermata a eccezione di un foro praticato nella parete. La parete opposta della stanza oscurata diventa uno schermo di proiezione per un’ampia immagine del mondo esterno in movimento, a colori e ad alta risoluzione. L’immagine è invertita, naturalmente: capovolta, come sulla retina. Erano stanze di immagini – i cinesi le chiamavano “stanze del tesoro sotto chiave” – in cui la gente povera poteva entrare per conoscere la meraviglia e il fascino dell’immagine artificiale”. (2)

“Savoiardi colla Lanterna Magica” in questa stampa del 1766 tratta dalla serie “Arti per via” di Giovanni Volpato.

Oggi nei musei, le chiamiamo sale immersive.

Il primo uso a noi noto della proiezione come forma di intrattenimento rientra quindi nell’ambito dell’antico teatro delle ombre cinesi, basato su ruoli e personaggi codificati, ognuno con un proprio design e diversi stili. Le ombre venivano prodotte facendo uso di marionette articolate con parti opache e parti semitrasparenti in pelle di animale levigata; le figure erano decorate con dettagli metallici riflettenti e una serie di numerosi piccoli fori che permettevano il passaggio della luce. Venivano create vere e proprie scenografie translucide e cromatiche per ottenere delle scene talmente realistiche e coinvolgenti che viene riportata più volte nelle cronache del tempo l’incarcerazione da parte delle autorità di questi “manipolatori di immagini” con l’accusa di fomentare le rivolte e il dissenso politico. Un po’ come oggi quando i governi oscurano i social o manipolano l’informazione sui mass media, 

Attraverso gli scambi commerciali la tecnica della camera obscura lentamente si è diffusa attraverso l’Asia ed è citata dal matematico arabo Alhazen (morto al Cairo nel 1038) e successivamente descritta nel Codice Atlantico, la raccolta di testi e disegni realizzati da Leonardo da Vinci tra il 1478 e il 1518.

Non è provato da nessuna testimonianza diretta ma molti indizi concorrono a ritenere che Caravaggio (1571-1610) utilizzasse specchi, lenti e una vera e propria camera oscura all’interno della quale dipingeva i suoi personaggi, circondati di luce ma avvolti nell’oscurità. Così lo storico dell’arte Giovanni Pietro Bellori descrive nel 1672 lo studio del pittore: Un lume unito che venghi dall’alto senza riflessi in una stanza con le pariete colorite di negro. Un lume alto a piombo sopra la parte principale del corpo, lasciando il rimanente in ombra a fine di recar forza con veemenza di chiaro e di oscuro. (3) 

Il Bacco "mancino" di Caravaggio, Galleria degli Uffizi, Firenze.

Immaginiamo una stanza nera con una scena reale, i modelli in posa illuminati da una piccola finestra in alto o una botola sul soffitto attraverso la quale entra forte la luce del sole, direzionata forse attraverso uno specchio. Pensiamo poi ad una seconda stanza, anch’essa nera, a fianco della prima con un piccolo foro sulla parete comunicante, un foro stenopeico che proietta, focalizzato da una lente, la realtà del set, capovolta, sulla tela. Il maestro dipingeva in tempo reale mentre era in corso la proiezione live della scena. Secondo David Hockney (4) la conferma di questa ipotesi si trova nel fatto che molti dei suoi personaggi sono stranamente mancini, come se fossero stati dipinti utilizzando uno specchio per raddrizzare sotto-sopra ma non destra-sinistra la scena creata dalla proiezione.

Lo studio dei fenomeni della natura con un approccio scientifico era, in quegli anni, fortemente osteggiato dalla Chiesa (pensiamo a Giordano Bruno prima e a Galileo poi), per cui è plausibile che non si facesse troppa pubblicità di queste pratiche e questo potrebbe essere uno dei motivi per cui non ne abbiamo una documentazione scritta ma negli atti del tribunale di Roma è registrata la causa intentata al pittore nel 1605 dalla sua padrona di casa in vicolo di San Biagio chiedendo un risarcimento di 80 scudi “per il suffitto mio di detta casa che esso ha rotto praticandovi un foro” (5). In occasione di quel processo fu redatto un inventario dei beni di proprietà dell’artista che includevano uno specchio a scudo e undici pezzi di vetro (probabilmente delle lenti). Studi più recenti hanno rilevato inoltre in alcuni quadri di Caravaggio tracce di materiali fotosensibili (come argento, arsenico e mercurio) negli strati di pittura sotto all’immagine finale. La restauratrice e storica dell’arte Roberta Lapucci (6) si spinge a sostenere che l’artista impressionasse la tela con una tecnica fotografica per poter continuare a lavorare anche con mutate condizioni di luce come per esempio durante la notte.

Nel secolo successivo, il secolo dei lumi, si arrivò ad una comprensione più ampia dei fenomeni macroscopici della luce ed alle sue possibilità di utilizzo, anche grazie alla disponibilità di lenti e specchi sempre più efficienti realizzati da esperti artigiani soprattutto veneziani e olandesi.

Fecero la comparsa nelle fiere e nelle sagre paesane, oltre che nelle residenze dei nobili, nuovi strumenti pensati e realizzati con il solo intento di impressionare lo spettatore: macchine ottiche da spettacolo, con dispositivi che anticipavano in gran parte le tecnologie attuali.

Nelle prossime pagine scopriremo alcune di queste macchine meravigliose accompagnati dalla suggestione di Caravaggio fotografo e videomaker, che usa la tela prima come un monitor e poi come una lastra fotografica per prolungare il tempo della visione, ottenendo in questo modo un time-lapse. 

Riferimenti e citazioni:

(1) Arthur Zajonc “Dalla Candela ai Quanti” Red edizioni, Como 1999.

(2) “Rinascimento Elettronico” John Hanhardt intervista Bill Viola. Catalogo della mostra a cura di Arturo Galansino e Kira Perov. Palazzo Strozzi, Firenze 2017.

(3) Giovanni Pietro Bellori “Vite de’ Pittori, Scultori et Architetti Moderni” Roma 1672.

(4) David Hockney “Secret Knowledge, Rediscovering the Lost Techniques of the Old Masters” Thames and Hudson, Londra 2001.

(5) Riccardo Bassani, Fiora Bellini “Caravaggio Assassino. La carriera di un «Valenthuomo» fazioso nella Roma della Controriforma” Donzelli Editore, Roma 1994.

(6) Roberta Lapucci “Caravaggio e l’Ottica” Servizi Editoriali, Firenze 2005.

Clicca qui per accedere alla galleria fotografica
(6 Foto)