Le Origini - Come nasce la musica in Occidente

Con questo primo approfondimento, Sound&Lite inaugura una rubrica che si svilupperà nell’arco di quattro uscite. Un percorso breve ma ricco di spunti, tratto dal libro curato dall'amico Roberto Amalfitani, Ars Acustica.

Le Origini - Come nasce la musica in Occidente

di Roberto Amalfitani

Per comprendere la nascita della musica occidentale è necessario compiere un esercizio di contestualizzazione e tornare indietro nel tempo, immaginando un mondo privo degli strumenti di misura e dei calcoli rigorosi di cui disponiamo oggi. Il percorso può iniziare dal sistema musicale contemporaneo per poi risalire, gradualmente, fino alle sue origini storiche.

Oggi descriviamo i fenomeni sonori attraverso la frequenza, espressa in hertz – unità di misura introdotta tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo – ma per secoli il suono fu percepito, controllato e utilizzato nella pratica musicale senza essere misurato in termini assoluti. Prima dell’affermazione della fisica acustica e degli standard moderni, l’accordatura si basava su riferimenti locali e consuetudini condivise, garantendo una coerenza interna al sistema musicale senza la necessità di valori numerici universali.

Il diapason, così come lo conosciamo oggi, fu inventato da John Shore nel 1711. Rappresentò il primo riferimento meccanico stabile per l’intonazione, ma la sua frequenza reale era ignota, poiché non esisteva ancora un sistema in grado di misurarla. Solo con lo sviluppo della fisica acustica, secoli più tardi, è stato possibile analizzare i diapason storici, rivelando valori intorno ai 423 Hz - 425 Hz, frequenti nella pratica barocca europea ma mai formalmente codificati. Nel passato, intonazione e accordatura erano concetti distinti e variabili da città a città: si poteva essere perfettamente intonati senza conoscere la frequenza di riferimento, e gli intervalli della scala potevano adattarsi all’estetica locale o alla tradizione costruttiva degli strumenti.

I primi tentativi di strutturare il rapporto tra pratica musicale e principi fisico-matematici risalgono al Rinascimento. Vincenzo Galilei (ca. 1520 - 1591), nel Dialogo della musica antica e della moderna (1581), introduce un approccio sperimentale allo studio delle corde, analizzando l’influenza di lunghezza, massa e tensione sull’altezza del suono, riprendendo e superando la tradizione pitagorica. Questo metodo anticipa la formalizzazione delle leggi acustiche che Marin Mersenne svilupperà nel XVII secolo e contribuisce alla transizione dalle modalità medievali alla concezione tonale moderna.

Qualche decennio prima, Leonardo da Vinci (1452 - 1519) aveva già affrontato lo studio della vibrazione, della risonanza e della propagazione del suono con un’impostazione fortemente ingegneristica, in continuità con l’eredità del De Architectura di Vitruvio (I secolo a.C.). In entrambi emerge l’idea che armonia e proporzione siano manifestazioni dell’ordine naturale, un principio destinato a diventare fondamento della teoria musicale occidentale.

Nel Medioevo avviene una trasformazione decisiva della notazione musicale. Con Guido d’Arezzo (991 - 1050) e l’introduzione del tetragramma, antenato diretto del pentagramma moderno, la musica abbandona la fragilità della trasmissione esclusivamente orale e diventa un sistema codificato e riproducibile. Questa innovazione rende possibile lo sviluppo della polifonia e delle prime forme di teoria intervallare sistematica.

Retrocedendo ulteriormente nel tempo, incontriamo l’evoluzione di uno strumento destinato a attraversare, sviluppandosi tecnologicamente, tutte le epoche successive: l’hydraulis. Questo organo a pressione idraulica, inventato nel III secolo a.C., testimonia un livello sorprendente di sofisticazione tecnica ed è una delle prime macchine musicali in grado di generare e stabilizzare un flusso d’aria continuo, anticipando i principi degli organi a canne moderni.

Il punto di origine più profondo affonda però nella Grecia arcaica. Pitagora (ca. 570 - 495 a.C.), attraverso lo studio del monocordo, individua nei rapporti numerici 2:1, 3:2 e 4:3 la struttura delle consonanze fondamentali. Questi rapporti – fisici prima ancora che estetici – fondano l’idea che la musica sia una manifestazione delle leggi naturali, un equilibrio matematico che l’orecchio umano riconosce come armonico.

Cosa abbiamo perso e cosa abbiamo guadagnato con i sistemi moderni

Con i sistemi moderni abbiamo guadagnato precisione, coerenza e controllo, ma al prezzo di una parziale perdita della complessità culturale, timbrica e acustica che caratterizzava la musica del passato. È un equilibrio inevitabile, figlio dell’evoluzione tecnica, che invita tuttavia la musica contemporanea – e la ricerca acustica – a riscoprire ciò che la standardizzazione ha progressivamente semplificato.

Dove è avvenuto tutto questo?

Molti passaggi fondamentali di questo percorso si sono sviluppati all’interno della penisola italica. Pitagora operò in Magna Grecia, a Crotone; il violino si affermò tra il XVI e il XVII secolo a Cremona grazie ai liutai della scuola di Andrea Amati; il pianoforte fu inventato da Bartolomeo Cristofori a Firenze all’inizio del XVIII secolo; la notazione musicale moderna trovò un punto di svolta con Guido d’Arezzo, che nell’XI secolo introdusse il tetragramma e il solfeggio, rivoluzionando il modo di scrivere e trasmettere la musica.

Su questa tradizione profonda e articolata si fondano le competenze musicali e tecniche dell’Occidente. È da qui che occorre continuare il percorso di scoperta e innovazione, seguendo l’evoluzione tecnologica senza perdere quella creatività empirica e pragmatica che ha contraddistinto la storia della musica nei secoli.