Come facevamo quando non c’era? - Intervista a Claudio Ceroni

Siamo stati a Faenza, nei locali di Dataton Academy, per fare due chiacchiere con Claudio Ceroni, da sempre punto di riferimento per il sistema Watchout in Italia ma anche testimone della lunga storia della multi-proiezione. Gli abbiamo chiesto di raccontare la sua esperienza e alcuni aneddoti legati allo scomparso mondo delle diapositive che ha preceduto l’attuale epoca della multi-visione digitale.

Come facevamo quando non c’era? - Intervista a Claudio Ceroni

di Andrea Mordenti

Dataton oggi è conosciuta principalmente per il sistema multimediale Watchout, ma la sua storia inizia molto tempo prima.

Il primo sistema di multi-visione prodotto da Dataton negli anni Ottanta si chiamava Pax ed era una piccola centralina che pilotava fino a quattro proiettori di diapositive in sincrono attraverso connessioni che all’epoca erano elettromeccaniche. Negli anni seguenti i dia-proiettori vennero dotati di porte seriali e lo sviluppo portò alla versione SmartPax che aveva quattro porte seriali e quindi, via RS-232 o RS-422, poteva gestire, oltre alle diapositive, anche luci, movimenti meccanici, ottiche motorizzate, videoregistratori, i primi videoproiettori ed altri accessori di qualsiasi tipo.

Che proiettori si utilizzavano per le diapositive?

Lo standard erano i Kodak Ektapro con caricatore circolare, che sono stati i primi ad avere la porta seriale e hanno trainato l’evoluzione di questi sistemi.

Il proiettore per diapositive Kodak Ektapro era dotato di una porta seriale che permetteva di gestire il cambio slide da remoto.

A cosa serviva avere la possibilità di sincronizzare tra loro i proiettori?

Mi vengono i brividi al ricordo delle straordinarie possibilità creative che si aprivano all’epoca. Se avessimo la possibilità di riportare in auge oggi il mondo delle diapositive, nessuno ci crederebbe che si facevano quelle cose. Ogni unità Pax comandava quattro proiettori ma se ne potevano mettere in serie molte altre nella stessa installazione fino ad arrivare a un massimo di 256 proiettori. Non bisogna quindi pensare alla proiezione di diapositive come alla proiezione di una singola foto in 4:3. Come oggi ci sono i settori della produzione video, della post produzione e della grafica digitale, allora c’era un ambito professionale specifico legato al mondo delle diapositive che utilizzava i mezzi analogici dell’epoca creando immagini e effetti anche molto complessi. Si facevano scatti multipli per fare i panorami, poi si tagliavano con gli splitter e si proiettavano per esempio con otto proiettori per fare un fondale esteso.

Quindi si faceva un edge-blending ?

Oggi il soft-edge si ottiene semplicemente sovrapponendo tramite software il lembo di un video su un altro, allora si realizzava affiancando due proiettori e sovrapponendone un terzo al centro. Ogni slide veniva quindi realizzata tenendo conto di tutte le sfumature necessarie: per fare uno schermo panoramico a due proiettori ne servivano in realtà tre, e per cambiare immagine senza passare dal nero, realizzando una sorta di dissolvenza incrociata, ne servivano sei.

La centralina SmartPax, prodotta da Dataton alla fine degli anni Ottanta, permetteva di sincronizzare fino a quattro proiettori per diapositive. 64 centraline potevano essere collegate a catena per gestire fino ad un massimo di 256 proiettori.

Parlami della produzione delle immagini.

Gran parte della produzione avveniva in camera oscura con stativo, macchina fotografica e banco ottico. C’erano degli strumenti che ti consentivano di proiettare sul piano luminoso la dimensione in proporzione di una diapositiva e avevi la possibilità di dividere lo spazio in 16 riquadri. Utilizzando altre foto, stampe, disegni, scritte, andavi poi a realizzare degli scatti che potevano occupare uno, due, quattro riquadri, ecc. Si usavano dei mascherini che potevano essere anche a forma di cerchio o di stella e si scattava, andando a creare delle composizioni che poi venivano proiettate in sequenza, in un vero e proprio montaggio con zoomate, finestre a comparsa, testi, loghi… Era un mondo di grande artigianato che però era possibile perché assecondato dallo strumento, cioè da questo tipo di centraline che ti permettevano di gestire le dissolvenze, i flash, il passo indietro e quindi tutta la produzione veniva fatta tenendo conto di queste possibilità.

Si potevano creare anche delle animazioni?

Ricorderò sempre la prima volta che andai alla sede Dataton, in Svezia. C’erano ancora i proiettori elettromeccanici e avevano realizzato un’installazione con otto proiettori e due centraline (4 + 4) su un unico schermo. Vedevi una ruota ruotare perfettamente, un personaggio che camminava, un altro che usava una frusta… sembrava un film e tutto scorreva fluidamente, nessuno credeva che fossero semplici slide. In realtà il sync era così accurato che il tempo di un secondo che serviva ad ogni proiettore per cambiare diapositiva era coperto in successione dagli altri sette, realizzando così una perfetta animazione a 8 frame al secondo con qualità fotografica. Ogni volta che abbiamo presentato questo progetto in Italia per fare promozione la platea restava la maggior parte del tempo incredula, a guardare i proiettori che cambiavano continuamente diapositiva. Sembrava una magia!

Era possibile controllare lo scorrere dell’animazione?

A quei tempi c’erano altri sistemi che permettevano di sincronizzare tra loro i proiettori di diapositive per realizzare semplici animazioni, ma il segnale audio, che stava su un supporto a parte, generalmente su cassetta o comunque su nastro, poteva essere sincronizzato solo all’avvio del ciclo di slide: se si fermavano i proiettori il lettore audio continuava a girare e andava fermato manualmente per poi ripartire obbligatoriamente dall’inizio. La grande potenza dei Pax, sia nella prima versione che nella versione Smart, era proprio nel fatto che il sincronismo con l’audio era assicurato in qualsiasi momento perché era proprio una traccia audio a inviare i codici ai proiettori e quindi muovendoti avanti e indietro sul mangianastri inviavi i codici per il riposizionamento delle slide e tutto si gestiva con grande facilità proprio come un video: c’era sempre l’allineamento perfetto di tutte le macchine collegate, ed era possibile partire da metà, mettere in pausa, tornare indietro, eccetera.

Una sorta di timecode.

Esatto. Come lettori audio si usavano principalmente i Tascam a quattro tracce o, salendo di qualità, i Revox o gli Studer a bobina, ma il principio rimaneva lo stesso: la traccia audio, se era stereo, era fatta di tre piste di cui due con la colonna sonora vera e propria che andavano all’impianto di amplificazione e una, chiamata Sync-Code, andava al sistema che la utilizzava per inviare i codici corretti a tutte le macchine. A un certo punto fecero anche SoundPax, una unità Pax con un lettore di cassette integrato e un’uscita mono. Non era molto più grande di un walkman.

Lanciato alla fine degli anni Novanta, Watchpax è stato il primo hardware prodotto da Dataton dopo la fine dell’era analogica. Era un piccolo media-server portatile con installato Watchout versione 5 e riprende, nel nome e nel design, i prodotti Dataton delle origini. Dotato di una singola uscita mini-DisplayPort poteva leggere filmati FullHD in .mp2 o .wmv.

Come si programmava la centralina?

La nascita del dispositivo Pax è stata la conseguenza dello sviluppo del software che in origine si chiamava Micsoft (Multi Image Composer Software) ed era progettato per MS-DOS. Nei primi anni Novanta, con la versione Smart, il software prese il nome di Trax, girava su Apple Macintosh e presentava per la prima volta una timeline per distribuire gli eventi nel tempo dello show. L’evoluzione dei dispositivi e dei software di programmazione è sempre proceduta parallelamente. La capacità di Dataton è stata proprio quella di riuscire a sviluppare un linguaggio che permettesse di comunicare con un grande numero di macchine diverse.

Watchpax 64 è l’ultimo media server realizzato dall’azienda svedese. Nel formato di 2 unità rack in altezza e mezza unità in larghezza, implementa la versione Watchout versione 7 e dispone di quattro uscite 4K su DisplayPort 1.4a, due porte Ethernet 10 Gigabit, input e output NDI, abilitazione al protocollo DANTE, scheda di acquisizione con due input HDMI e otto porte SDI bidirezionali configurabili come 2 × 12G-SDI, 8 × 3G-SDI oppure 1 × 12G-SDI e 4 × 3G-SDI.

Come si collegava al computer?

Si utilizzava un cavo con un suo specifico connettore chiamato System-Cable che nella prima versione per MS-DOS si connetteva alla porta RS-232 del PC, mentre nella versione successiva per Apple si collegava alla porta Printer del Mac. Da software si caricava il progetto su una centralina che fungeva da master e veniva poi collegata alle altre utilizzando lo stesso cavo di sistema. Da questo punto di vista non era molto diverso da un cluster di Watchout. I comandi seriali venivano invece inviati utilizzando cavi specifici per ogni macchina che si intendeva pilotare e tutti i driver necessari erano già installati on board sullo SmartPax. Questi cavi si chiamavano Smart-Link e, negli ultimi anni, con la proliferazione degli apparati che si potevano controllare, ognuno con il suo specifico connettore e driver, avevano portato il sistema a livelli di complessità notevoli.

Vengono ancora utilizzati?

Qualche mese fa abbiamo risposto alla richiesta di assistenza presso una fondazione di Napoli per un sistema di proiezioni di diapositive perché l’artista l’aveva fatta all’epoca così, ma in effetti è molto raro. Ci sono però ancora molti proiettori di diapositive in Italia, nei magazzini, mentre i miei, che tenevo in cantina, sono purtroppo andati sott’acqua durante l’alluvione del 2023 e li ho dovuti buttare.

Qualche installazione particolare che ricordi?

A un certo momento arrivarono i SIMD, che erano dei dia-proiettori random, quindi avevano anche la possibilità di ricerca randomica. Potevi decidere per esempio di andare alla slide 25 e loro andavano alla slide 25, a quel punto era possibile anche fare delle cose interattive. Come azienda facemmo un progetto per la Biennale di Venezia in cui c’era una sequenza che girava la quale prevedeva diverse possibilità di finale e gli spettatori, attraverso una piccola pulsantiera, potevano decidere se il personaggio A era quello che poi andava avanti, se era il B o se era il C. A seconda della scelta, sentivi tutti i caricatori che andavano in posizione giusta, poi ripartivano. Una vera e propria interazione che adesso può sembrare banale ma all’epoca era emozionante…

La sede di Dataton Academy a Faenza, dove si tengono regolarmente corsi di formazione ed aggiornamento sull’utilizzo del sistema Watchout.

Quando è finito tutto?

La produzione di SmartPax è terminata attorno alla fine degli anni Novanta, quando Kodak ha deciso di non produrre più né le pellicole né i dia-proiettori per focalizzarsi sul digitale e sul video. In quel periodo, mentre uscivano i primi videoproiettori tri-tubo con risoluzione 640×480, tutto questo mondo ha rapidamente cessato di esistere. Successivamente, con la digitalizzazione di tutta la catena audiovisiva, Dataton si è dedicata principalmente al software, mettendo a frutto tutta l’esperienza accumulata nel tempo e Watchout – la cui prima versione fu lanciata proprio nel dicembre 1999 – è un po’ il compendio di tutti questi strumenti, perché continua a fare con le macchine digitali le cose che prima si facevano con le diapositive. Quando si decise di ricominciare a produrre hardware con i media server WatchPax fu scelto di recuperare la desinenza Pax delle origini proprio per rappresentare la continuità della filosofia aziendale e ricordare quegli anni pionieristici.

Vuoi aggiungere qualcosa?

Quello che vorrei sottolineare è che c’è sempre la creatività dietro alla nascita di questi strumenti, perché li usi solo se ti inventi qualcosa, da soli non valgono niente. Prima vengono le diapositive, che sono un modo per vedere insieme agli altri una fotografia di grandi dimensioni. Poi a qualcuno non piace il flash tra una diapositiva e l’altra e decide di mettere un secondo proiettore e così fa una dissolvenza incrociata. Poi qualcuno vorrebbe una scritta e quindi aggiunge un terzo proiettore. Poi se si vuole fare un panorama i proiettori diventano sei, poi otto, eccetera. In questo modo è nato il concetto di layer, i livelli di immagini sovrapposte che conosciamo e utilizziamo oggi nei programmi di grafica, di montaggio e nei media server, ma è importante ricordare che tutte queste tecnologie sono nate e si sono sviluppate sempre per andare incontro a delle nuove idee creative.

Ringraziamo Claudio per il bel racconto ricco di storia e un po’ di romanticismo e diamo appuntamento ai lettori per un’altra puntata di “Come facevamo quando non c’era”. 

Clicca qui per accedere alla galleria fotografica
(9 Foto)