Acustica in evoluzione - Nuovi strumenti, nuove competenze tra normative, software e IA
Il Teatro Nazionale di Firenze ha rappresentato una sfida progettuale su più livelli, con un’attenzione particolare ad acustica ed elettroacustica. In margine abbiamo intervistato Cecilia Torracchi, partner di Studio Sound Service, lo studio di progettazione che si è occupato di questi due aspetti per il Nazionale, per scoprire insieme come è cambiata la professione del progettista acustico nel tempo. Dall’aggiornamento delle normative di riferimento all’adozione di software di simulazione avanzata, fino all’impatto dell’IA sui flussi di lavoro e al crescente peso delle cosiddette “soft skills” nella gestione di progetti integrati e multidisciplinari.

di Chiara Benedettini
Partiamo proprio dal lavoro fatto per il Teatro Nazionale. Un impianto di audio immersivo in un teatro all’italiana è inconsueto: come è nata la richiesta?
La richiesta iniziale era generica: dotare il teatro di qualcosa di innovativo, coniugando un’architettura storica con tecnologie allo stato dell’arte. Il punto di partenza è stata una riflessione sul programma: la sala è concepita come spazio polifunzionale per rappresentazioni teatrali e spettacoli contemporanei, inclusi format come le proiezioni immersive. Da questa esigenza di flessibilità abbiamo pensato alla soluzione Dolby Atmos, un po’ inconsueta nei teatri all’italiana e anche nel cinema e perciò poco familiare per chi non opera nel settore. Per questo ha necessitato di un lavoro di accompagnamento, al quale lo Studio Archea ha risposto positivamente, e il risultato ha confermato la validità della direzione intrapresa.

Per arrivare a questo punto lo studio ha acquisito una lunga esperienza, in vari campi. Puoi raccontarci di più?
Lo studio è attivo dal 1983 è stato fondato nel 1983 da Fabrizio Giovannozzi, successivamente è entrato in società Donato Masci e subito dopo dopo qualche anno io, nel 2017; l’ultima a entrare in società è stata Giulia Bondielli. Da allora siamo cresciuti - oggi siamo in sette - ed è cambiata anche la composizione del lavoro. Inizialmente l’attività dello studio era principalmente incentrata sugli studi di registrazione musicali. Negli ultimi 10 anni abbiamo rinforzato questo settore, ampliandolo anche verso il mondo broadcast, ma ci siamo specializzati anche in un’altra importante branca dell’acustica che è quella architettonica che ad oggi costituisce circa metà della nostra attività. Ci occupiamo prevalentemente di progettazione acustica in senso architettonico: uffici, sale conferenze, auditorium, scuole, ospedali. È un'area in cui la spinta normativa ha avuto un peso determinante.
Negli ultimi anni state lavorando molto anche all’estero. Com’è nato questo percorso? E per quali tipologie di progetti venite chiamati?
Siamo partiti con il settore broadcast, in particolare grazie ai primi progetti realizzati per Fox, tra Monaco e Londra, e questo ha rappresentato un passaggio chiave. È stata importante anche la collaborazione con il progettista inglese Andy Munro, figura di riferimento internazionale e a lungo legata a Disney, e la relazione con Iyuno – all’epoca SDI Media – attraverso il referente italiano Daniele Torchetta. Sul fronte musicale, invece, mentre in Italia la tendenza è verso studi di dimensioni ridotte, all’estero – soprattutto Stati Uniti e Canada – esiste ancora lo studio con più sale di ripresa e regie di grandi dimensioni, che offrono maggiori opportunità. Abbiamo già realizzato alcuni progetti, ad esempio a Los Angeles e in Canada, ed è un ambito al quale ci stiamo dedicando.

Rimaniamo all’estero: esistono differenze nell’approccio progettuale tra Europa e altri contesti internazionali, oppure il lavoro, essendo basato su criteri scientifici, resta uniforme?
Nei settori più strutturati, come il broadcast, esistono linee guida precise – spesso di matrice americana e legate a realtà come Dolby – che rendono l’approccio progettuale abbastanza uniforme. Il metodo, quindi, resta valido indipendentemente dal Paese. Quello che cambia è piuttosto il processo: modalità di progettazione, livelli di dettaglio richiesti, interazione con progettisti e imprese locali. In alcuni contesti, come il Medio Oriente, il processo è estremamente strutturato e prevede numerosi livelli di verifica e approvazione. È più lungo e complesso, ma garantisce un controllo molto rigoroso sul risultato finale. Bisogna essere consapevoli e saper accogliere queste differenze.
E rispetto alla sensibilità artistica e architettonica tipica del contesto italiano ed europeo: viene riconosciuta nei progetti internazionali?
Sì, ed è un aspetto sempre più rilevante. Nell’acustica architettonica, ad esempio, lavoriamo molto sulla riqualificazione di edifici esistenti, spesso di valore storico. Interventi come quello del Teatro Nazionale, ma anche molti altri, richiedono un equilibrio delicato tra prestazione acustica e rispetto del contesto. In questi casi le competenze architettoniche e la sensibilità verso il patrimonio sono fondamentali per capire fin dove ci si può spingere, e per questo nel nostro organico ci sono vari progettisti legati al mondo dell’architettura e dell’edilizia. Allo stesso tempo, anche negli studi di registrazione e negli ambienti di produzione l’aspetto estetico è sempre più importante, per via di una crescente attenzione al design, all’identità dello spazio e all’esperienza complessiva. Cerchiamo quindi di sviluppare progetti su misura, che rispondano non solo ai requisiti acustici ma anche al “mood” del cliente. Questo approccio – che integra tecnica e sensibilità progettuale – è oggi uno degli elementi più riconosciuti del nostro lavoro, anche a livello internazionale. In fondo, l’acustica non è solo una questione di numeri: è parte integrante dello spazio e della sua qualità percepita.

Puoi spiegarci meglio il ruolo delle normative nella crescita del settore?
I Criteri Ambientali Minimi – i CAM – negli ultimi anni hanno reso obbligatorio, per una serie di edifici pubblici, il rispetto di parametri acustici precisi: scuole, ospedali, uffici pubblici di ogni livello. Prima di questa normativa vi era poca attenzione verso quegli stessi parametri, ora invece sono obbligatori, almeno in ambito pubblico, e questo ha generato una domanda di progettazione acustica che prima semplicemente non esisteva. In questo contesto è fondamentale il riferimento alla norma UNI 11532/2020, oltre alla UNI 11367, esplicitamente citata nei CAM, che definisce i criteri progettuali e i parametri per la qualità acustica degli ambienti confinati. La norma introduce indicatori oggettivi – come il tempo di riverberazione e l’indice di trasmissione del parlato (STI) – e stabilisce valori di riferimento che consentono di progettare ambienti realmente performanti dal punto di vista dell’intelligibilità. Ci si riferisce sia all’isolamento acustico – la privacy tra stanze d’ospedale o tra aule scolastiche – sia alla qualità acustica interna, che è forse l’aspetto storicamente più trascurato. In un’aula con una riverberazione eccessiva, i ragazzi faticano ad ascoltare e l’insegnante fatica a farsi capire: sono problemi reali, con effetti diretti sull’apprendimento e sul benessere. Il fatto che oggi ci sia un quadro normativo che li riconosce è un passo avanti concreto, non solo per noi professionisti: ha trasformato l’acustica da tema opzionale a componente del progetto. A breve dovrebbe uscire anche la normativa specifica per gli uffici, sempre nell’ambito dei CAM e quindi ancora limitata al settore pubblico, ma l’esperienza insegna che quando esiste un riferimento normativo, anche il privato comincia a muoversi: una normativa di riferimento, alla fine, fa bene a tutto il settore.
Abbiamo parlato della normativa in termini di qualità dei lavori, ma ti chiedo: ha inciso anche sulla percezione dell’importanza dell’acustica?
La consapevolezza cresce, ma più lentamente rispetto alla normativa. Ancora oggi veniamo coinvolti soprattutto per le verifiche tradizionali: impatto acustico, clima acustico e requisiti passivi, mentre dobbiamo spesso spiegare che, con i CAM e con riferimenti come la UNI 11532/2020 e la 11367, oggi è richiesta anche la progettazione della qualità acustica interna. Inoltre, vediamo che questi interventi non sono ancora pienamente integrati nei quadri economici, e accade che non sia stato previsto un budget per eseguirle. Ci sono però settori, come l’hotellerie di lusso, dove la qualità acustica è richiesta a prescindere dalla normativa, per ragioni di comfort ed esperienza. Anche negli uffici emergono criticità legate a open space e partizioni leggere, che stanno aumentando la sensibilità sul tema. In definitiva la consapevolezza è cresciuta rispetto a dieci anni fa anche grazie al quadro normativo, per quanto la strada sia ancora lunga.

Prima parlavamo di immersività per lo spettacolo dal vivo: può diventare un vettore di cambiamento anche nella progettazione acustica?
Certo, soprattutto nei settori legati alla produzione audiovisiva. Noi lavoriamo, ad esempio, con grandi realtà del doppiaggio come Iyuno e Dubbing Brothers, che stanno progressivamente introducendo sale mix progettate per l’ascolto immersivo in Dolby Atmos. Anche broadcaster come RAI si stanno muovendo: dopo una fase di osservazione, stanno iniziando a investire nell’audio immersivo sia in ambito produttivo sia nella fruizione. Per noi questo significa progettare spazi molto più performanti e anche complessi, dove l’acustica diventa ancora più critica. Nel mondo musicale, invece, la transizione è più lenta. C’è ancora una componente di scetticismo, soprattutto tra i professionisti legati a un ascolto tradizionale… ammetto che io stessa ero piuttosto critica, poi però ascoltando produzioni costruite nativamente per questo formato – in particolare registrazioni orchestrali – ho cambiato prospettiva. L’audio immersivo restituisce un’esperienza molto più vicina all’ascolto reale, più profonda e coinvolgente rispetto allo stereo o al 5.1. Accanto a questo, nelle produzioni contemporanee emerge anche una dimensione creativa: il suono diventa elemento dinamico, si muove nello spazio, contribuisce alla narrazione. Resta comunque una tecnologia che non tutti sentono come necessaria, e probabilmente continuerà a convivere con approcci più tradizionali. Ma le sue potenzialità, sia tecniche sia espressive, sono ormai evidenti e stanno già influenzando in modo concreto il nostro modo di progettare, anche l’acustica.
Ed eccoci alla domanda che i lettori sicuramente aspettavano: l’arrivo dell’intelligenza artificiale ha cambiato il vostro lavoro?
Per ora direi in modo limitato, ma significativo su alcuni aspetti. Ci aiuta soprattutto nelle attività operative, come la stesura dei documenti o l’organizzazione delle informazioni, rendendo i processi più rapidi. Parallelamente, negli ultimi anni si sono evoluti anche i software di calcolo: per esempio utilizziamo applicativi avanzati per la simulazione acustica interna basati su modelli numerici come la tecnologia FEM*, che permettono di analizzare con maggiore precisione anche il comportamento delle basse frequenze. Inoltre, sviluppiamo strumenti interni – come software dedicati al calcolo del rumore degli impianti – che velocizzano notevolmente il lavoro e aumentano l’affidabilità dei risultati. Questo tipo di evoluzione tecnologica ci dà più sicurezza progettuale e rafforza anche la credibilità nei confronti del cliente. L’intelligenza artificiale, invece, è ancora in una fase iniziale per quanto riguarda il calcolo acustico, e la stiamo esplorando, soprattutto nello sviluppo di nuovi tool e modelli previsionali, ma è un ambito che richiede attenzione e tempo. È probabile tuttavia che nei prossimi anni il suo impatto diventi molto più rilevante, affiancando il lavoro del progettista.
*Il metodo degli elementi finiti (FEM, dall’inglese Finite Element Method) è una tecnica numerica utile per cercare soluzioni approssimate di problemi descritti da equazioni differenziali alle derivate parziali riducendo queste ultime a un sistema di equazioni algebriche. In pratica, risolve problemi complessi suddividendoli in elementi più semplici da risolvere.




