Il Teatro Nazionale di Firenze - Un luogo ritrovato

Nel cuore di Firenze, a pochi passi da Piazza della Signoria, a fine 2025 il Teatro Nazionale ha riaperto le proprie porte dopo oltre trent’anni di chiusura e degrado. Protagonista dell’operazione lo studio di architettura fiorentino Marco Casamonti/Archea Associati, che l’ha acquistato e ha poi curato un restauro conservativo, supportato da una rete di partner tra i quali molti nomi noti del nostro settore. Il Nazionale è così tornato a vivere: un luogo in cui architettura e tecnologia operano come un unico organismo.

Il Teatro Nazionale di Firenze - Un luogo ritrovato

di Chiara Benedettini

Quello che sembrava un destino fissato, la demolizione o la trasformazione per usi commerciali o ricettivi, è stato interrotto grazie a un intervento interamente finanziato da privati, in una città dove il dibattito sull’uso del patrimonio storico è quanto mai acceso e dove gli spazi culturali nel centro storico tendono a ridursi. Il Teatro Nazionale è stato infatti acquistato circa sei anni fa dallo studio  di architettura Marco Casamonti/Archea Associati, degli architetti Marco Casamonti, Laura Andrein, Giovanni Polazzi e Silvia Fabi con l’obiettivo di restituirlo alla città nelle sue funzioni culturali e aggregative. L’investimento complessivo – necessario per il consolidamento strutturale, il restauro e l’adeguamento impiantistico di un edificio sottoposto a tutela – ha raggiunto i 15 milioni di euro. Il teatro dispone oggi di 300 posti, 50 palchi distribuiti su quattro ordini, e uno spazio libreria-caffetteria.

Il cantiere, avviato nel 2021 e concluso nel 2024, è stato gestito con risorse private, questo ha inciso sia sulle modalità operative che sulla compressione dei tempi di esecuzione, particolarmente contenuti in relazione alla complessità dell’intervento. La direzione dei lavori, sotto gli architetti Marco Casamonti e Giovanni Polazzi, ha seguito un approccio progettuale orientato al restauro e all’adeguamento funzionale dell’edificio. L’intervento ha interessato in modo integrato tutte le componenti dell’edificio – dalla struttura portante agli apparati decorativi, fino alle finiture e ai sistemi impiantistici – con l’obiettivo di coniugare la conservazione degli elementi di valore con l’introduzione di nuove funzioni e spazi di servizio, tra cui le aree ristoro.

L’architettura: proporzioni e memoria

L’edificio occupa un intero isolato nel centro storico, con una configurazione distributiva che riflette le trasformazioni di più secoli. L’ingresso al piano terra si apre su un piccolo foyer, attraverso lo scalone principale si arriva alla platea, al primo piano. Alla quota del mezzanino emerge la sagoma della torre medievale dei Cerchi, oggi inglobata nelle mura del teatro. Più avanti, lo spazio che un tempo ospitava la sala prove è stato trasformato in un caffè e sala di lettura, adatto anche a piccoli concerti da camera.

La platea ha la caratteristica forma a ferro di cavallo del teatro all’italiana; l’intera sala è orientata diagonalmente rispetto al corpo edilizio – un parallelepipedo – per ottenere la massima profondità della scena e la corretta curvatura della platea. I palchi si sviluppano su quattro ordini sovrapposti, e sopra il quarto, dove un tempo si trovava il quinto ordine, è stata ricavata una particolare sala eventi che si estende da un fianco all’altro dell’isolato in un unico vano senza muri né colonne, coperto da capriate in legno. Il tetto versava in pessime condizioni ed è stato completamente ricostruito; il lucernario è stato sostituito da un tetto scorrevole che si apre su uno dei panorami più caratteristici di Firenze: il Duomo, Palazzo Vecchio, Orsanmichele, la torre del Bargello e il tessuto dei tetti in terracotta.

Il restauro conservativo

L’edificio è sottoposto a tutela ai sensi della Legge 1089 del 1939 e il restauro è stato quindi condotto secondo un metodo conservativo, cercando di combinare il rispetto del luogo con le esigenze di uno spazio di spettacolo moderno: ogni elemento è stato smontato, catalogato e ricomposto con materiali e tecniche tradizionali. I solai in legno sono stati ricostruiti rispettando la conformazione originaria, consolidati e rinforzati per il miglioramento sismico, mentre stucchi, cornici, capitelli e dorature sono stati restaurati uno per uno. I pavimenti sono stati rivestiti con moquette per ragioni sia estetiche che legate all’acustica. Sul fronte impiantistico, in un edificio settecentesco privo di spazi dedicati alle infrastrutture tecnologiche, è stato necessario un lavoro di integrazione progettuale complessa e   invisibile per inserire sistemi di climatizzazione, ricambio d’aria, sicurezza e illuminazione senza alterare gli spazi. 

Dalla gestione delle scenografie (virtuali) a quella dei segnali

Considerando l’importante presenza di tecnologie multimediali digitali, si è reso indispensabile avere a disposizione una rete interna per l’instradamento e la gestione dei segnali audio, video e luci. Grazie a questo intervento i segnali digitali possono così essere inviati dalla regia (che può essere in sala come dislocata altrove grazie al collocamento di diversi stage box – forniti da Exhibo), verso il palco e in senso opposto per i segnali di microfoni, telecamere ecc. e anche trasportati verso i palchetti, dove si trovano vari monitor. 

L’infrastruttura è organizzata a stella con rack dedicati, e integra in un unico flusso i segnali audio, video, luci. L’architettura è infatti interamente IP-based, senza cablaggio analogico tradizionale. 

Il cuore del teatro è la torre scenica, completamente ricostruita in acciaio per supportare un grande LEDwall curvo fornito e installato da HComcon con passo 1.1 e una risoluzione di 4.223 px × 4.620 px. I collegamenti tra i vari pannelli che compongono la superficie sono realizzati in fibra ottica e la gestione del server per i contenuti (con schede Blackmagic) è affidata al software Video Station, accessibile via HTML, mentre per la messa in onda viene utilizzato Resolume Arena (in comune con la gestione luci), piattaforma consolidata nel mondo degli eventi live e dei grandi concerti.

L’impianto luci, fornito da RM Multimedia, è controllato da una consolle GrandMA3 Compact. I proiettori luce sono tutti della famiglia Robe: i modelli Paint, Pipa e Sprite coprono le posizioni di sala, mentre sul palco sono installati dei LED Beam 350, affiancati da barre LED. La rete dedicata al lighting è gestita da splitter Luminex Luminode 12 e dallo switch GigaCore 16T, con il software Araneo di Luminex.

In tutto il teatro, compresi i palchi e il loggione (chiamato con affetto “piccionaia” in Toscana e non solo) sono distribuiti 52 monitor Sony Bravia da 32 pollici per sottotitoli, informazioni sullo spettacolo ecc. Sono gestiti tramite la piattaforma Sony Teos (House Connect), che consente la distribuzione centralizzata di video e contenuti JPEG tramite cloud e controllo remoto via interfaccia web. È disponibile anche lo streaming, tramite una telecamera remotabile Aver.

Il suono come architettura invisibile

Per l’audio la sfida progettuale era particolarmente delicata: da un lato, era necessario preservare il fascino estetico e l’acustica naturale tipici di questo tipo di sala; dall’altro, il progetto prevedeva l’integrazione di un sistema di diffusione multicanale Dolby Atmos – con tutti i vincoli stringenti che questo standard impone sul posizionamento dei diffusori – all’interno di uno spazio storico a ferro di cavallo, caratterizzato da geometrie complesse e superfici non uniformi.

La soluzione è arrivata grazie alla collaborazione tra Archea, Studio Sound Service, che ha sviluppato la progettazione acustica e quella elettroacustica, e K-array, azienda toscana produttrice di sistemi audio professionali, che ha fornito l’ecosistema di diffusione. L’obiettivo era realizzare un’infrastruttura sonora immersiva, capace di dialogare con la sala senza modificarne il carattere e il timbro.

Il sistema principale è composto da due colonne line array posizionate ai lati del boccascena, ciascuna formata da sei unità Python-PK120 I dal profilo sottilissimo, tratto distintivo del marchio K-array. La gestione delle basse frequenze è affidata a due unità Thunder-KS4PI, collocate nella buca del suggeritore o nel primo ordine di palchi in modo da mantenere l’estensione nelle frequenze più basse ed evitare il rischio di risonanze indesiderate.

Il fronte palco è presidiato da tre unità Kobra KK52 I installate orizzontalmente sul bordo del palcoscenico, così da risolvere uno dei problemi classici dei teatri all’italiana: garantire la massima intelligibilità nelle prime file, dove l’angolo di ascolto rispetto ai diffusori principali è sfavorevole.

Il sistema surround immersivo è realizzato con diffusori KGEAR GH4, integrati da quattro unità Rumble-KU210 posizionate a terra in prossimità delle zone Ls2, Rs3, Lr e Rr secondo la nomenclatura Dolby Atmos. Questa configurazione consente di avvolgere il pubblico nel suono su più livelli e direzioni, restituendo quella profondità spaziale che distingue un’esperienza immersiva da una semplice diffusione stereo.

Dolby Atmos in un teatro dell’Ottocento, perché no?

L’integrazione del formato Dolby Atmos in un contesto storico come il Teatro Nazionale rappresenta uno degli aspetti più significativi del progetto. Questo standard di riproduzione audio, nato per le sale cinematografiche e oggi sempre più diffuso nei teatri di nuova costruzione, richiede un posizionamento preciso dei diffusori in un numero elevato di punti della sala, compresi i soffitti e le pareti laterali, per creare un campo sonoro tridimensionale. Farlo rispettando i vincoli di un edificio tutelato, con superfici storiche e geometrie non modificabili, ha richiesto un lavoro di simulazione e ottimizzazione molto approfondito da parte di Studio Sound Service.

Il progetto acustico ha integrato un sistema Dolby Atmos multicanale in una storica sala a ferro di cavallo con vincoli geometrici e filologici. Per superare queste limitazioni in un edificio tutelato, Studio Sound Service ha utilizzato il software EASE 5 per simulazioni approfondite e ottimizzazioni. La verifica tramite software ha confermato il funzionamento del sistema K-Array in configurazione Dolby Atmos Home Entertainment Studio, un raro esempio italiano di riuscita integrazione tra restauro conservativo e tecnologia audio all'avanguardia.  

Da ricovero per i “Monellini” a Teatro Nazionale

La storia di questo edificio è uno specchio delle trasformazioni di Firenze nel corso dei secoli. Eretto intorno al 1650 come ricovero per minori – il cosiddetto “riformatorio dei monellini” – cambiò destinazione più volte: prima ospedale, poi, alla fine del Settecento, teatro. Il nome con cui nacque alla vita scenica, Teatro della Quarconia, deriva probabilmente dalla storpiatura dei termini latini quare e quoniam, diventati il soprannome di un artigiano che lavorava nei locali del vecchio ricovero. Fu un teatro popolare, e proprio qui debuttò Stenterello, la maschera fiorentina per eccellenza.

Nell’Ottocento prese il nome di Teatro del Giglio, poi di Teatro Leopoldo, fino a diventare Teatro Nazionale dopo l’annessione della Toscana al Regno d’Italia. Sopravvissuto anche grazie alla conversione a cinema, dagli anni Ottanta le aperture si fecero sempre più rare, legate a eventi occasionali, fino alla chiusura definitiva e alla la riapertura nel 2025.

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