La Scatola Obscura
Il principio di funzionamento della camera oscura ci viene raccontato fin dai tempi delle scuole medie e chiunque può dirsi certo che il sistema funzioni, la storia della fotografia ne è testimone. Ma sapere e credere non è mai come vedere con i propri occhi.

di Andrea Mordenti
Ho preparato un set con uno sfondo nero e due piccole ma potenti luci a LED (foto 1). Come soggetto di studio la scelta è caduta su una riproduzione in legno alta circa 8 cm del primo cosmonatuta della storia, Yuri Gagarin, che ancora una volta si è prestato per il bene della scienza… (foto 2).

La camera vera e propria è stata realizzata a partire da una scatola da scarpe (foto 3) che ho rivestito internamente con fogli da disegno neri e poi l’ho sigillata con nastro gaffa. Sul lato corto ho fatto un’apertura che ho coperto con dell’alluminio da cucina e sull’alluminio ho praticato il foro stenopeico con un chiodino da un millimetro di diametro.

Se potessimo entrare fisicamente dentro alla scatola, dove l’unica luce è quella che passa attraverso il foro, dovremmo vedere, sulla parete interna di fronte a noi, l’immagine proiettata del mondo esterno. Per poterla vedere da fuori dobbiamo rendere la parete della scatola trasparente e realizzare quindi una retroproiezione.
Sul lato della scatola opposto al foro ho tolto tutto il cartone e ho costruito un telaio simile a un porta-gelatine che ho fissato in modo che non ci siano sfori di luce all’interno (foto 4).

Come schermo ho provato materiali differenti sia di plastica che di carta: la superficie deve essere abbastanza opaca da eliminare l’hot-spot, ma abbastanza trasparente da permettere a una ragionevole quantità di luce di attraversarla. Alla fine il materiale più luminoso e con la grana più fine tra quelli a mia disposizione si è rivelata essere la carta da forno.
Affinché il sistema funzioni bisogna creare le giuste condizioni di luminosità: chi guarda dentro alla camera deve escludere dal suo campo visivo tutta la luce circostante, soprattutto quella forte del set. Come i fotografi del XIX secolo che si nascondevano sotto pesanti mantelli ho avvolto la scatola con una t-shirt nera abbastanza spessa lasciando libero il passaggio del collo (foto 5).

Infilando la testa nella t-shirt sono entrato nelle tenebre della camera oscura, la vista lentamente si è abituata, ha capito cosa guardare: prima solo tracce di luce nel buio assoluto e infine l’immagine si è rivelata, capovolta e brillante. Con mio grande stupore non sono stati necessari molti tentativi per trovare l’allineamento sul piano ottico, l’inquadratura e la messa a fuoco giusta.
Possiamo chiamarla una ripresa live riproiettata in tempo reale - in retro, con un delay di 0,0 frame utilizzando un apparato che non richiede alcun tipo di alimentazione elettrica: perché funzioni è sufficiente che ci sia una luce, che può essere anche quella del sole, che illumini la scena.

Sostituendo i miei occhi dentro alla maglietta con la macchina fotografica il risultato è stato ancora più sorprendente (foto 6).
L’aggiunta di una lente biconvessa (foto 8), una semplice lente da ingrandimento, posizionata tra la camera e il soggetto permette di focalizzare la luce sul foro stenopeico migliorando notevolmente la luminosità e la definizione dell’immagine finale.

Un sistema ottico semplicissimo, con tanto di obiettivo, ed una resa sia luminosa che cromatica sbalorditiva.
Sulle superfici di vetro della lente, nel buio, si creano altre immagini virtuali del soggetto, sia dritte sia capovolte, immagini che sembrano galleggiare, magicamente nel vuoto (foto 9).

Con un tempo di esposizione di 10 secondi il glorioso cosmonauta fluttua, capovolto, nell’oscurità (foto 7).





