Il Mixer Grafico
Nei numeri scorsi abbiamo raccontato il mondo dei media-server, analizzando anche con un certo dettaglio alcuni dei sistemi più utilizzati; in futuro approfondiremo ulteriormente questo argomento raccontando di nuovi nomi che si affacciano sul mercato e di alcune vecchie conoscenze. Oggi daremo uno sguardo a un altro degli elementi che compongono la catena delle macchine predisposte alla gestione del flusso audiovisivo destinato agli schermi, siano essi LED o videoproiettati. Parliamo di macchine con nomi meno noti dei più blasonati e creativi media-server, con cui condivide solitamente la postazione in regia, ma altrettanto essenziali nei moderni sistemi di show-management.

di Andrea Mordenti
Il nome stesso è ambiguo e probabilmente intraducibile, il sito del più noto tra i produttori di questi sistemi lo traduce grossolanamente come “commutatore di presentazione” (presentation-switcher, dall’originale inglese) ma mixer grafico o mixer-switcher sono probabilmente le denominazioni più appropriate. In ogni caso non è un mixer video, che è quello che si usa per miscelare i segnali delle varie telecamere e fare il montaggio in live; non è un media-server, che si usa principalmente per il playout di contenuti con risoluzioni non standard; non è neppure semplicemente una matrice o un commutatore di segnale (scaler) nonostante la multitudine di connessioni di input e output di cui è solitamente dotato. Riunisce in parte alcune funzioni di questi sistemi ed è una macchina specifica, un computerone, solitamente molto costoso, con un suo software proprietario e, a volte, una console fisica per gestirlo, ricordando in questo caso più da vicino un vero e proprio mixer video, con i pulsanti per richiamare i preset e la grossa leva del take sulla destra per la transizione da un preset all’altro.
Viene chiamato a volte semplicemente switcher in maniera decisamente riduttiva poiché ha certamente tra le sue funzioni quella di commutare o switchare tra due o più sorgenti ma rappresenta in realtà, nelle regie che necessitano di una gestione avanzata dei flussi multimediali, il vero e proprio motore di calcolo che mette ogni pixel al suo posto e allo stesso tempo la centrale operativa verso cui tutti i segnali convergono e tramite il quale viene garantita la qualità e la stabilità dell’emissione finale.

Il sistema Aquilon di Analog Way, uno dei mixer-switcher più potenti sul mercato.
Generalmente è richiesto in tutti quei casi in cui, oltre a uno sfondo grafico o a una sequenza di filmati, operazioni per le quali è sufficiente un media-server, sono necessarie altre fonti esterne per comporre l’immagine che lo spettatore vede sullo schermo o sui pannelli LED. Queste fonti supplementari possono essere di natura diversa ma fondamentalmente appartengono alle due macrocategorie del video e della grafica. È bene ricordare la natura profondamente diversa di questi due tipi di segnale: anche se entrambi vengono utilizzati per fornire immagini agli schermi, sono basati su standard, protocolli di trasporto e apparati di connessione differenti, essendo stati sviluppati da due industrie separate, quella televisiva e quella informatica, con esigenze e finalità un tempo distanti anche se oggi in gran parte unificate.
È proprio attraverso sistemi come quelli di cui stiamo parlando che si è resa possibile ed è diventata naturale per lo sguardo dello spettatore la multimedialità, quel mix di contenuti grafici e video in cui i contorni tra un media e l’altro sono sfumati e talora indistinguibili.
Immaginiamo un grande evento istituzionale o corporate con uno schermo imponente.
Sullo schermo scorre uno sfondo animato realizzato in computer grafica che riempie pixel-to-pixel tutta la superficie del LED con sfumature di tonalità e colore. In opacità, sopra allo sfondo, ci sono due riquadri con immagini live, provenienti dalla regia camere: il primo piano del presentatore e quello dell’interlocutore, inquadrati dentro a una cornice stondata. Poi, sempre in sovraimpressione, vediamo il logo scontornato dell’evento che ha una leggera animazione, quindi è un video, poi il titolo dell’evento e il nome dell’ospite. C’è un riquadro con il traduttore in LIS che è ripreso dal vivo con una camera dedicata, una striscia di news-feed provenienti dal web che gira a nastro nella parte alta e un altro riquadro, anch’esso incorniciato, con all’interno una presentazione in Power Point o uno speaker remoto dal web. Tutte queste porzioni dello schermo, che allo sguardo dello spettatore appaiono come un’immagine unica, sono in realtà acquisite in tempo reale da fonti diverse, convertite, uniformate, composte e riprodotte attraverso il mixer-switcher.
Il mixer-switcher miscela quindi i differenti segnali in ingresso, tra i quali quello del media server costituisce il livello di base o sfondo, che generalmente come abbiamo detto riempie tutto lo schermo ed ha quindi una custom resolution, una risoluzione che non è riferita ad alcuno standard definito né nel settore della televisione né in quello dell’informatica, ma è relativa solo alle dimensioni del palco, allo specifico design dei creative director, alle esigenze del cliente. Sopra a questo background il mixer va a comporre l’immagine multimediale finale aggiungendo elementi che acquisisce da fonti diverse e che solitamente hanno risoluzioni minori – come Full-HD – e hanno aspect-ratio standard come 16:9 o 4:3. Tutti i vari feed che raggiungono il mixer-switcher sono resi nella messa in onda attraverso le varie modalità possibili di PiP (Picture-in-Picture, ovvero sovraimpressione) o Key (La chiave è la modalità di fusione tra due segnali per cui si definisce un colore come trasparente. Il chroma-key permette quindi di eliminare uno sfondo monocromatico da una immagine o un video, integrandolo nel layout complessivo).

Il presentation switcher Encore3, recentemente introdotto da Barco, può essere considerato una delle teste di serie di questi sistemi.
E questa è solo una parte del lavoro, quello che si vede. Quello che non si vede è che lo switcher distribuisce i vari segnali che riceve anche ad altre destinazioni, non solo allo schermo principale. Svariati monitor di servizio, cabine di traduzione, registratori, sessioni web con speaker remoti, altri schermi nella sala stessa o in altri spazi. Avendo in pancia tutti i segnali, attraverso lo switcher si possono organizzare i flussi e inviare ad ogni destinazione sia i singoli segnali puliti che tutte le composizioni necessarie.
Attraverso l’interfaccia grafica è possibile salvare in memoria i vari preset necessari.
Per il richiamo delle memorie e per l’esecuzione di uno show pulito, senza sganci e con transizioni morbide, siano esse pre-programmate o eseguite a mano in tempo reale, oltre alla console fisica a cui abbiamo accennato, oggi è più comune l’utilizzo di pannelli con pulsanti virtuali che possono essere realizzati sia sull’interfaccia grafica del software proprietario, sia attraverso strumenti di terze parti sia software che hardware come l’ormai onnipresente StreamDeck.
Le parole chiave sono quindi conversione e latenza; alcuni modelli presenti sul mercato svolgono queste operazioni direttamente sulle schede di acquisizione, altri brand utilizzano la CPU del sistema, ma la capacità di miscelare seamless molteplici segnali audiovisivi di natura, formato e tipologia differente, in tempi trascurabili e senza compromettere la qualità dei segnali di partenza sono i punti di forza di questi sistemi.
Le macchine più professionali sono dotate di differenti slot in cui inserire schede intercambiabili sia di input che di output, in modo da creare la configurazione necessaria alla propria installazione o al proprio uso quotidiano. Gli standard sono quelli usati in ambito professionale: HDMI e DisplayPort per segnali provenienti da macchine digitali, SDI per segnali video nativi. Alcuni modelli di alta gamma supportano i protocolli digitali come NDI o il più recente SMPTE 2110 e si integrano nelle reti Dante per semplificare la distribuzione di contenuti video con audio embedded.
I modelli più utilizzati in ambito professionale, che gestiscono flussi video fino a 4K di risoluzione con 60 frame al secondo a scansione progressiva, codifica a 10-bit e profilo colore 4:4:4 sono Barco Encore, discendente diretto dello storico sistema californiano Folsom, con l’ultimo nato e3 o con il diffusissimo e2 (nato in realtà per l’HD e diventato 4K nella seconda generazione), e Aquilon, il mixer-switcher di punta di AnalogWay di cui andremo a scoprire le caratteristiche principali nelle pagine seguenti.

Il retro di Encore3, le schede di input e di output sono intercambiabili per ottenere la configurazione desiderata, il cavo High Speed Link in primo piano serve per connettere tra loro più macchine ed espandere così il numero di pixel e di uscite che è possibile gestire.




