Ad ognuno il suo Totem

Occuparsi di casse acustiche professionali è come occuparsi di religione...

di Stefano Cantadori

Occuparsi di casse acustiche professionali è come occuparsi di religione. Non riporto battute che mi videro protagonista molti anni fa, poiché potrebbero essere prese come blasfeme, fuori dal contesto in cui vennero espresse.

Comunque, per anni ho dormito con un tweeter JBL 2405 sul comodino. Mi piaceva averlo lì. Non si tratta di tecnica o di denaro o di peso o di flessibilità d’uso o di ragioni commerciali.

La marca di casse è un credo. È difficile, se non impossibile, far mutare opinione ad un credente. Non c’è logica, dimostrazione, evidenza bastante. Se proponi una nuova marca di casse acustiche, di fatto è come fondare una nuova religione. Tolti i praticanti che seguono la loro fede, ti rimangono come clienti potenziali gli scettici, i miscredenti, gli apostati e gli atei. Più quelli che non sono del mestiere.

E poi, se sei nel ramo vendite, sei preso da due parti e hai un altro incubo da affrontare. Dopo una catena più o meno lunga c’è Lui, il Guru. Progetta casse ma è come se creasse universi. C’è una sola Verità: la Sua. I cestelli degli altoparlanti sono esagonali, multiplo di tre che è il numero cosmico. Impiega altoparlanti economici ma le casse finite costano un rene. Al Guru il denaro piace assai. È il suo concorrente che usa altoparlanti che non valgono nulla. A sua volta, questi dirà, invariabilmente, la stessa cosa per l’altro. I Guru parlano però bene l’uno dell’altro. Professano stima reciproca.

Se muore il Guru, uno direbbe: azienda kaputt. No, invece. La religione si rafforza, ha ormai vita propria. La ditta viene acquistata da un gruppo di banche (a cui l’azienda doveva soldi) che in questo caso prendono il nome bene augurale di investors. La ditta verrà comunque venduta a terzi il prima possibile. Anche senza il suo Guru progettista Unico e Vero, l’azienda scampa, anzi, magari prospera.

Io preferisco che il Guru muoia felice di vecchiaia, se questo fosse il suo sogno. Ho buttato lì esempi, miscelando realtà e fantasia, ieri ed oggi, ipotesi e fatti accaduti. Il succo, è quello che ho raccontato. Ci sono aziende che invece sono Guru‑esenti, ed hanno progettisti con preparazione più formale di quella guroide, che generalmente è autodidatta. Nelle aziende strutturate, c’è un ufficio ricerche di mercato, uno di marketing strategico, un responsabile di prodotto a cui affibbiare la nuova idea qualora prendesse vita. Poi le vendite, che non sono d’accordo, la presidenza, l’amministratore delegato, il collega progettista che la vede diversa e sa cosa vuole il mercato e cippalippa via dicendo.

Dall’altra parte c’è una strada breve tra l’idea e il prodotto: nel Guru va dall’orecchio destro a quello sinistro. Non saprei dirti, caro lettore, quale strada sia meglio. Il prodotto di eccellenza viene per culo in entrambi i casi.

Comunque.

Er marcheting

Il marketing spesso percorre strade che a prima vista appaiono di secondaria importanza ma che, al contrario, costituiscono il fondamento per il successo di un brand.

Ad ognuno il suo Totem rispetto a un altro. Lo scopo primario dei corsi tecnici offerti dai costruttori o dai loro emissari, è quello di assicurarsi degli adepti. Gente che vada poi per il mondo intimamente convinta che la verità sia con la marca X. Diaconi, con la fiaccola fiammeggiante. I corsi e i seminari delle case principali sono professionalmente organizzati anche a questo scopo.

Me ne sono occupato per anni, concorrendo alla creazione di mostri che poi si sono impadroniti di se stessi e vagano liberi modificandosi di continuo come il virus dell’influenza. Non c’è antibiotico sufficientemente potente, neanche la profonda conoscenza della materia a livello scientifico aiuta.

Religione a parte, la ragione principale della dedizione è il “brand nesting”. Noi umani della società dei consumi, useremo per semplicità il termine “la gente”, tendiamo a crearci un nido in una marca. Identificandoci quasi in essa. C’è chi predilige marchi di automobili, chi va pazzo per B&O, chi crede in Bose, o in Meyer o vattelapesca. Io stesso sono stato vittima di questo fenomeno due o tre volte, e sono andato in giro con gli occhi foderati di prosciutto. Poi, a suon di badilate in faccia, ho compreso che l’onestà intellettuale richiede di essere disgiunta da compromessi settari.

Se appartieni ad una banda, questa ti influenzerà fino a farti confondere il bene con il male: vai a rubare in banca e ti sembra di essere nel giusto. Fortunatamente nell’audio e nelle luci non si va in giro armati a sparare alla gente e le conseguenze del “nesting” o dell’appartenenza a un branco non sono pericolose.

Per cui, non c’è nulla di male.

Facciamo l’amore, non la guerra.

Ah sì, vi racconto questa. Tempo fa, uscì una legge dello Stato che violava le leggi della fisica. Il testo, in modo riassuntivo, recitava: “per nessuna ragione si deve superare in pista un dato livello di pressione sonora (Leq) di X dB SPL. Per fare ciò tutti (i malcapitati discotecari ed affini) devono dotarsi di un fonometro in classe 1, la cui uscita piloterà un limitatore collegato all’impianto audio, al fine di impedire il superamento della pressione X di cui sopra”.

Siccome sono un cretino, appena ebbi notizia, misi su un tavolo una sorgente sonora (cassa acustica) un fonometro in classe 1, la cui uscita pilotava un sofisticato e potente compressore limitatore collegato all’impianto. E mi resi conto che il sistema non funzionava.

Ora, il primo segno di gigante stupidità legiferativa fu quella di imporre un costosissimo classe 1, quando con molti meno soldi un cazzamavero in classe 2 avrebbe avuto più che sufficiente precisione per lo scopo. Della fine differenza fra le due classi l’orecchio umano non si rende conto e tanto meno ne può soffrire.

Fin qui era solo cattiveria, e ci si leggeva sotto qualche sporco interesse. Per non parlare di quelli che avevano già i regolatori in magazzino progettati e costruiti apposta per una legge che doveva ancora uscire.

Ad ognuno il suo Totem.