Il museo del Precinema di Padova
Magie, fantasmagorie, illusioni: raccontare con la luce prima dell’invenzione del cinema.

La fondatrice del museo, la lanternista Laura Minici Zotti nella foto di Antonio Franciosi. Per i suoi studi sul precinema ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui, nel 2011, il premio Vittorio De Sica per la cultura consegnato al Quirinale dal Presidente della Repubblica.
di Andrea Mordenti
In una fresca e accogliente soffitta nel centro di Padova, sotto ai portici che circondano Prato della Valle, una delle piazze più grandi d’Italia, c’è un museo singolare che propone in esposizione la collezione della Fondazione Minici Zotti: è il museo del Precinema. Il museo racconta, con straordinari reperti d’epoca, molti dei quali perfettamente funzionanti, la lunga storia in cui l’uomo, servendosi di volta in volta delle tecnologie a sua disposizione, ha utilizzato le immagini e la luce per raccontare sé stesso e la sua visione del mondo. La fondatrice del museo è la lanternista Laura Minici Zotti, che ha raccolto in queste sale il frutto dei lunghi anni di lavoro dedicati al recupero di strumenti per proiezione, molti dei quali risalenti al settecento, insieme a migliaia di lastre di vetro, stampe, pellicole e molto altro. La sua passione inizia negli anni settanta con il ritrovamento in soffitta di una lanterna magica appartenente alla sua famiglia. Da quel momento, grazie al continuo accrescimento della collezione di vetrini, la maggior parte dei quali dipinti a mano, e con l’ausilio di una lanterna J.H. Steward a doppio obiettivo, ha effettuato proiezioni in tutto il mondo, realizzando rappresentazioni del tutto simili a quelle originali dell’epoca vittoriana.

L’ampia collezione di vetrini per lanterna magica del museo, molti dei quali sono pezzi unici dipinti a mano. I soggetti sono generalmente quelli legati all’immaginario popolare e spaziano dall’horror al comico, dal sacro al fantastico, con un’ampia sezione documentaristica di immagini scientifiche e vedute di città.
Oggi una buona parte della sua collezione privata, insieme ad alcune importanti donazioni è in mostra al pubblico nei locali del museo padovano in cui ci accoglie il conservatore Andrei Dacinoi per raccontarci alcune delle meraviglie che qui sono custodite.
Nella prima sala ci sono degli apparecchi che venivano usati per creare una visione immersiva e, a differenza della lanterna magica, potevano essere utilizzati anche di giorno. Il mondo novo o pantoscopio è una grande cassa dotata di un oblò attraverso il quale si può guardare la scenografia in miniatura ricostruita all’interno. Sul fondo vengono poste stampe o disegni con minuziose immagini di città, le grandi capitali europee che si stavano sviluppando in quegli anni o vedute di luoghi distanti e esotici che pochissimi avevano la possibilità di visitare di persona. La cassa è dotata di varie feritoie e piccole botole per permettere alla luce del sole o a quella di una candela di entrare da varie direzioni – di fronte, di taglio, in controluce – andando a illuminare la scena interna. Attraverso il movimento della luce si simula lo scorrere del tempo e le stampe, realizzate all’acquaforte e poi colorate a mano, sono intagliate e traforate in modo da reagire ai cambi di luce con un effetto straordinariamente realistico: illuminandole da dietro la luce filtra attraverso le perforazioni dando l’impressione di decine di lampade o candele accese mentre il paesaggio si trasforma da diurno e colorato a scuro e notturno. La sensazione è quella di fare un vero e proprio viaggio nel tempo in un mondo sconosciuto, un mondo nuovo appunto.
Le stampe fisse sono state via sostituite da fondalini mobili con tecniche del tutto simili a quelle teatrali e poi da rotoli di stampe lunghi anche fino a 30 m con cui si rappresentavano delle vere e proprie narrazioni. Il fatto che si guardasse da soli delle stories dentro un piccolo vetro mi ha ricordato qualcosa…

La lanterna Steward a doppio obiettivo usata dalla fondatrice del museo nelle sue rappresentazioni. Nella foto si vedono anche i cilindri di ossido di calcio che venivano usati come fonte di luce. Per renderli incandescenti si usava una miscela estremamente infiammabile di idrogeno e ossigeno (gas illuminante) e possiamo immaginare quanti incidenti sul lavoro possano esserci stati tra i proiezionisti ambulanti dell’epoca.
Proseguendo con la visita entriamo nell’ambito della proiezione vera e propria. La lanterna magica funziona secondo il principio del foro stenopeico, lo stesso principio sfruttato dalla camera oscura della macchina fotografica che raccoglie attraverso un foro la luce del mondo esterno per riprodurne sulla pellicola l’immagine capovolta e rimpicciolita. Nella lanterna il procedimento è inverso: la luce da dentro la scatola viene spinta fuori attraverso il foro ed il vetrino colorato per restituirci sullo schermo l’immagine del vetrino capovolta e ingrandita.
Non è possibile purtroppo vedere una lanterna magica in azione, anche perché i vetrini sono molto fragili e naturalmente molto preziosi, però attraverso un foro praticato in una scatola di legno puntata verso la finestra che dà sulla piazza, è possibile vedere su una lastra di vetro opaco l’immagine in tempo reale della piazza stessa. Vediamo i tram che passano, le persone che affollano il mercato e sembra strano che non ci sia nessun dispositivo elettrico a far funzionare il sistema. Appoggiando una carta velina sul vetro è possibile ricalcare con precisione il profilo degli edifici. In una stampa esposta sulla parete è riprodotta la vista di Prato della Valle realizzata nel Settecento dal pittore veneziano Canaletto che dall’accuratezza dell’incisione e dalle fonti disponibili pare sia stata realizzata proprio attraverso una semplice camera oscura come quella esposta, probabilmente da una finestra di questo stesso palazzo.
Nelle teche del museo sono raccolte decine di lanterne magiche e si vede l’evoluzione dello strumento che da grossa cassa di legno diventa via via più piccolo, con le soluzioni tecniche più disparate per quanto riguarda la fonte di luce, lo scarico dei fumi, i sistemi ottici e i meccanismi di animazione. Il legno viene sostituito con il metallo e con l’avvento della luce elettrica, gli apparecchi diventano di dimensioni sempre più ridotte sino ai modelli tascabili di latta dei primi decenni del novecento. Soppiantata dal cinema nelle rappresentazioni pubbliche, la lanterna magica ha continuato ad esistere in forma privata come gioco per bambini e per proiezioni domestiche, inaugurando di fatto un mercato parallelo al cinema fatto di dispositivi di proiezione e lastre da proiettare che possiamo vedere come antesignano dell’home-video.
I pezzi più pregiati sono le preziose lanterne doppie e triple di fine Ottocento, come quella usata dalla dottoressa Minici Zotti nelle sue esibizioni, veri gioielli di tecnologia pre-industriale, con più obiettivi convergenti, meccaniche in ottone e la possibilità di inserire lastre multiple e scorrevoli.

Il cuore della collezione è costituito da migliaia e migliaia di vetrini con le immagini da proiezione. I più antichi, risalenti al Settecento, hanno dimensioni varie, ma via via si arrivò ad una sorta di formato standard di 6 cm x 6 cm. Molti sono dipinti a mano ma non mancano varietà di vetri prodotti in serie sul finire dell’ottocento da editori francesi, tedeschi e statunitensi.
Guardando i soggetti rappresentati è facile notare come i generi siano gli stessi che sono giunti fino a noi attraverso il cinema: spiccano tra questi il comico e il grottesco, il drammatico e l’horror, le fiabe, i racconti religiosi e tutto un filone documentaristico che include paesaggi e vedute di città o temi scientifici come il moto delle stelle e dei pianeti. Non mancano gli effetti grafici e le illusioni ottiche come spirali e caleidoscopi psichedelici.
L’horror, in particolare, ha sempre avuto molto successo e pare sia stato il soggetto della prima proiezione animata a noi nota, effettuata dallo stesso Huygens, in cui, facendo scorrere un vetrino su un altro, otteneva una semplice animazione a due fotogrammi di una danza della morte: uno scheletro che gioca con la sua testa, togliendola e rimettendola come fosse una palla. Alcuni sostengono che la letteratura gotica che nasce in quei tempi sia proprio legata all’influenza delle proiezioni con lanterna magica, che ha iniziato a sviluppare un’immaginario popolare legato al soprannaturale e all’ultraterreno.
La lanterna magica e le sue possibilità sono state usate anche come strumento di divulgazione scientifica: vi sono vetrini con sezioni di insetti, farfalle, piante, altri con tabelle, schemi e spiegazioni, delle vere e proprie slide da utilizzare in conferenze e lezioni universitarie.
Nel museo inoltre è presente un’ampia sezione dedicata alla fotografia stereoscopica, con diversi visori di varie epoche e semplici sistemi con cui avere la sensazione del 3D partendo da una immagine piana e anche una bella collezione di marionette e figure originali utilizzate nel teatro d’ombre giavanese, una delle tradizioni più antiche che si conoscano sull’uso della luce e dei suoi fenomeni illusori per intrattenere un pubblico di spettatori.
Non è semplice raccontare tutto ciò che abbiamo visto, “immagini allegre, tristi, orribili e spaventose”, per stare alle parole di Athanasius Kircher, strumenti creati dall’uomo nel corso di secoli per ingannare il nostro ingenuo sistema visivo…
L’illusione ottica è sempre un’esperienza soggettiva e quindi per provare di persona il Taumatropio, lo Zogroscopio, il Megaletoscopio, il Poliorama Panottico e molte altre diavolerie è necessaria una visita di persona a Padova al Museo del Precinema.

La Lanterna Magica
La lanterna magica è considerata la più diretta antenata del proiettore cinematografico e il suo funzionamento sfrutta gli stessi principi di ottica utilizzati oggi dai moderni videoproiettori digitali. L’invenzione è attribuita all’astronomo e matematico olandese del XVII secolo Christiaan Huygens e la più antica descrizione disponibile è contenuta nell’edizione del 1671 del trattato Ars Magna Lucis et Umbrae, opera del gesuita Athanasius Kircher.
Una lanterna magica è costituita da una scatola sigillata all’interno della quale viene posta una fonte di luce che a quei tempi poteva essere solo una candela o una lampada a olio (è quindi necessario un camino nella parete superiore per la fuoriuscita dei fumi). All’interno della scatola uno specchio ricurvo riflette tutta la luce verso un piccolo foro detto stenopeico. Interponendo un vetro con un’immagine disegnata tra la luce ed il foro, per il principio della diffrazione, il disegno sul vetro viene proiettato sulla parete di fronte ribaltato e ingrandito. Il principio è quello della camera oscura e il foro in questo caso agisce sia come obiettivo che come diaframma, un diaframma estremamente chiuso (f/150) con il fuoco all’infinito. Questo è il principio di base, ma perchè il proiettore funzioni davvero è necessario aggiungere una lente piano convessa davanti alla lampada per focalizzare la luce sul vetrino e sostituire il foro stenopeico con due lenti convergenti, con cui, grazie in questo caso al principio della rifrazione si ottiene lo stesso risultato, con il vantaggio di poter usare diaframmi notevolmente più aperti e quindi sfruttare tutta la luce disponibile.
Nel corso dei secoli questa semplice tecnica si è notevolmente affinata e le ultime lanterne prodotte a fine ottocento utilizzavano sistemi ottici complessi con svariate lenti montante su tubi di ottone, dei veri e propri obiettivi che permettevano zoom e messa a fuoco accurati. Le candele furono sostituite da un cilindro di calce (ossido di calcio) che veniva reso incandescente mediante un cannello con una miscela di idrogeno e ossigeno e produceva una luce molto bianca e potente. Sovrapponendo due o tre lanterne sullo stesso schermo (per realizzare quello che oggi chiamiamo stacking) ed utilizzando lastre a scorrimento ed altri semplici meccanismi come la rotazione dei vetrini o l’inserimento di mascherini neri, si creavano animazioni anche complesse e si simulava lo scorrere del tempo.
Per tutto il settecento e l’ottocento gli spettacoli di lanterna magica erano un’esperienza collettiva non molto dissimile dal cinema del secolo scorso, le proiezioni erano accompagnate da musica suonata dal vivo con strumenti veri o organetti meccanici e suscitavano stupore e incredulità in un pubblico molto vasto: i nobili e i ricchi borghesi disponevano talvolta di salette per proiezioni private, mentre la grande maggioranza del popolo poteva fruirne in occasione di sagre e feste paesane in cui l’imbonitore attirava i curiosi promettendo una experience immersiva e indimenticabile, il suo racconto a commento delle scene proiettate era parte integrante dello spettacolo.
Le immagini (i contenuti) erano stampate o dipinte a mano su vetro e montate, in un primo momento, su telai fissi, poi su lastre più grandi che potevano anche scorrere o ruotare. La fragilità del supporto era un grosso limite alla lunghezza delle lastre che si potevano realizzare, limite superato infine con l’adozione della pellicola di celluloide e quindi con il cinema. Il brevetto dei fratelli Lumière a cui l’invenzione del cinema viene attribuita, consiste di fatto nel solo meccanismo di trascinamento frazionato di una pellicola fotografica dietro all’obiettivo di una lanterna magica.




