Francesco Renga - L’altra Metà Tour 2019

Il Teatro delle Muse di Ancona ospita, nella sua meravigliosa cornice, uno spettacolo sperimentale e molto efficace dal punto di visto scenografico, unito a un comparto audio di qualità.

Francesco Renga - L’altra Metà Tour 2019

di Giovanni Seltralia e Douglas Cole

Il tour autunnale di Francesco Renga è di quelli che fanno strabuzzare gli occhi: cinquanta date in ottantacinque giorni, diversi back-to-back e addirittura triplette, venue di ogni genere a coprire tutta la Penisola, isole e Svizzera comprese.

Abbiamo incrociato la produzione targata Friends&Partners nel capoluogo marchigiano, il 7 novembre, nel cuore della città vecchia, in attesa di un viaggio notturno verso l’Ariston di Sanremo. La squadra tecnica è quella che accompagna Francesco ormai da tempo, guidata dal direttore di produzione Carlo Bottos, che ci accoglie calorosamente; il service coinvolto è lo storico Mister X.

Il palco, elegante e pulito, si presenta subito con una sorpresa: lastre specchianti ne popolano la superficie come monoliti. La firma sulla scenografia e sul disegno luci è naturalmente di Jò Campana, che ha assimilato a fondo il concetto alla base dell’ultimo disco dell’artista, L’altra Metà, e ne ha restituito un lato visual di grande impatto, basato sul gioco dei riflessi, delle deformazioni, dei punti di vista obliqui.

Una sperimentazione che, inoltre, incontra le esigenze di un tour serrato e che viaggia su un solo bilico.

Un’altra conferma è Davide Linzi dietro al mixer di sala, a sua volta impegnato a ripensare il suo parco macchine con l’uso sempre più massiccio dei rack Waves in combutta con il Midas PRO2; insieme al PA Man Simone Cherubini e al fonico di palco David Bisetti, la squadra audio lavora al meglio per amalgamare e dare impatto a uno show variegato, che ripercorre le diverse epoche della discografia dell’artista.

Le “riflessioni” di Jò CampanaLighting/SET designer

“Già da qualche anno mi frullava in testa l’idea degli specchi – racconta Jò – con tutte le conseguenze che si porta dietro: inganni prospettici, riflessioni. Quest’anno, il disco di Francesco partiva, sia dal titolo sia dalla copertina, da un concetto simile: allora ho capito che era il momento di sperimentare qualcosa di nuovo.

“Parte dello stimolo è venuto dal fatto di far incrociare le idee con le possibilità della produzione: per me è un po’ un ritorno alle origini, al dover inventare man mano le soluzioni giuste per tutti. Dunque sono partito da un render, poi ampiamente modificato, che prevede uno specchio di sfondo – composto da pannelli componibili in plastica specchiante – e cinque totem dai quali si generano diverse riflessioni, con repliche dell’artista, dei musicisti o della sala in base alla posizione di chi guarda.

“Un’altra piccola chicca – aggiunge Jò – è stata la modalità di utilizzo dei LEDwall: a vista non si scorgono nemmeno; poi, quando vengono accesi, ci si accorge che dietro ogni colonnina, sulla schiena, sono poste delle mattonelle video che si vedono solo di riflesso nello specchio di fondo. I contributi sono perlopiù grafici, compresi alcuni disegni di Francesco, ma tutto arriva riflesso, spezzettato. Francamente, è una cosa che non ho mai visto da nessuna parte: lo spettatore non capisce subito da dove arrivino i contributi, e la visuale cambia completamente in ogni angolo della sala.”

Vi muovete con molto materiale?

È una produzione da un bilico: entriamo alle dieci del mattino e all’una siamo già tutti pronti; dato il tour denso di date, non avevamo altra scelta che essere rapidi e flessibili. Su qualunque palco, riusciamo ad allargarci o stringerci in base alla situazione. I fari sono pochi, perché la priorità era mantenere il concetto estetico: ci sono una back truss e una frontale, oltre a un po’ di faretti a terra. L’elemento dominante a livello scenografico sono gli specchi, quindi l’attenzione è tutta lì: il rendering mi ha fornito una prima resa teorica, che è rimasta tale fino a quando non ho acceso la prima volta in allestimento e ho affrontato lo specchio con tutte le sue problematiche; alla fine, le sfide maggiori le ho avute con i MAC Aura disposti sui cinque totem, che ho deciso di puntare spesso sullo specchio dietro, e che dunque si vedono in riflesso; poi li uso anche come “normale” controluce, ma posso giocare con le riflessioni fino ad avere quasi il doppio dei fari; riesco così a rendere più ricca la situazione, a fronte di un parco di cinquanta motorizzati. Ho lavorato molto per evitare la luce sporca, i riflessi fastidiosi, eccetera: i primi giorni abbiamo faticato per trovare l’inquadratura giusta, l’angolazione corretta; anche la luce frontale deve essere a pioggia, per evitare riflessi scorretti; anche i seguipersona devono avere un alto angolo di incidenza per non finire riflessi negli specchi.

Quali proiettori hai scelto?

Tredici Claypaky Mythos – che, data la grande potenza, per il teatro bastano e avanzano – e trentacinque Martin MAC Aura, oltre a qualche barra LED. In regia ho una grandMA2 Light, programmata con cue list.

Carlo Bottos - Direttore di produzione

“Il concetto alla base dell’ultimo album di Francesco – dice Carlo – è quello del riflesso, del dialogo tra le due facce dell’artista. Da qui Jò è partito con l’idea di tappezzare di specchi il palco, per specchiare sia i musicisti sia l’altra metà dello show, ovvero il pubblico.

“Abbiamo iniziato a lavorare al tour intorno a settembre, con la produzione delle scenografie demandate a Emiraf, una ditta di Misano Adriatico (RN – ndr). Gli specchi sono dei ‘sandwich’ di acciaio e polietilene, specchiati. Da lì è nato il modulo da 110 cm x 110 cm che poi compone il set, sia lo specchio dietro sia i totem. Per sostenere il set di moduli posteriore, abbiamo scelto di appenderli a un tiro teatrale, a circa 10 m dal punto zero, con un peso facilmente gestibile, di circa 130 kg, dato che si parla di 4 kg a pannello; il modulo posteriore è ampio 9 m x 3 m; i totem invece sono dei tratti di americana in posizione verticale, incastrati su delle piastre a terra che ne costituiscono la base, dalle quali fuoriescono gli spigot su cui sono assicurati i pilastri. Non ci sono stabilizzatori, sbracci o altro: le basi sono semplicemente avvitate al palco; sulla truss dietro viene montato il pannello LED; davanti invece i pannelli specchianti. Tutto viene montato e smontato ad ogni data: i load-in sono veloci, la squadra è rodata e possiamo fare back-to-back difficili, comprese un paio di puntate in Svizzera. Il palco che vedi, in un paio d’ore è pronto.”

Il calendario è impegnativo?

Sì, parliamo di oltre cinquanta date, con una settimana di allestimento a inizio ottobre. Non ci fermiamo mai. Abbiamo avuto poche doppie: Milano, Bergamo, Brescia, Firenze, Napoli, Bari, per il resto siamo sempre per strada. Tutto è in un bilico, e nemmeno pienissimo: gli unici dolly che abbiamo sono quelli del PA; le uniche cose scomode sono le casse che contengono i pannelli, che avendo la misura di 110 cm x 110 cm sono un po’ fuori standard.

Il resto della squadra?

C’è Luana Tonello come assistente di produzione, a cui aggiunge un ruolo di assistente anche ai cambi di Francesco. Per audio, luci e video c’è Mister X, service storico per Francesco; la squadra è in rapporti amicali, non solo professionali, ed è composta da otto persone, due per luci e scenografia, una persona per video, compreso montaggio delle torri, poi un PA man, un fonico di sala, un fonico di palco e due backliner. Come produzione c’è Jò al disegno, oltre al gobbista Andrea Lapiccirella. 

Le date sono tutte teatrali?

Proprio no, abbiamo anche spazi non convenzionali: piccoli palazzetti, padiglioni fieristici, eccetera; si tratta, naturalmente, di ambienti senza sipario, senza boccascena, del tutto esposti. A maggior ragione, senza la scatola nera del teatro, bisogna fare il doppio dell’attenzione per le riflessioni negli specchi, e per i punti di vista sfalsati di platee non convenzionali. L’elemento scenografico funziona comunque, ricrea uno spazio anche in ambienti più dispersivi. Stiamo attenti anche agli specchi laterali, eventualmente ne aggiungiamo qualcuno per allungare l’idea della scena. Per l’audio, stesso discorso: la scelta di appendere o meno, la disposizione dei sub, dipende di volta in volta dalla venue.

Davide Linzi - Fonico di sala

“Lavoro con Francesco – racconta Davide – ormai da dieci anni. Il setup è abbastanza semplice e l’indicazione dalla produzione è stata fin da subito quella di essere più condensati possibile: non solo per muoversi agilmente con un bilico, ma anche per riuscire a entrare e sistemarsi in tutti i teatri, compresi quelli all’italiana, in cui gli spazi sono sempre ristretti.

“Io prelevo il MADI dalla console Profile del palco, lo converto qui al FoH in AES50 con un Klark-Teknik DN9650 e porto 48 canali a 48 kHz sulla Midas PRO2; abbiamo eliminato lo splitter passivo, rimanendo nel rack di palco, veloce da montare. Dalla console, con il trasporto digitale vado ai finali d&b D80: abbiamo deciso di non portarci dietro processori come il Lake o il Newton, i D80 hanno già una buona sezione di filtering che per noi è assolutamente sufficiente e che controlliamo in remoto via ethernet qui dalla regia. Simone, il PA Man, ha progettato preventivamente tutte le situazioni, che siano ground stacked come oggi, o in sospensione.

“Mediante un unico multicore, trasporto anche il segnale per il controllo delle luci: ho il controllo Art-Net, che distribuisco io per tutte le regie.”

Hai portato dell’outboard?

Ho il Waves MaxxBCL per il gruppo della voce, ma anche un sistema che, in Italia, ho visto introdurre da Hugo Tempesta: Waves eMotion LV1 Live Mixer, in cui mando tutti i miei canali sempre dalla scheda MADI, per poi farli rientrare nel banco. Tramite questo, posso collegare all’LV1 anche i nostri due laptop in regia, con la musica di walk in, con Smaart, eccetera, e da qui rientrare nel banco. Dunque io mi trovo un secondo mixer parallelo, indipendente dal banco; lo sto testando in tutti i suoi aspetti, dato che vorrei in futuro fare uno show esclusivamente sull’LV1, controllato con uno schermo touch e con tutt’al più una superficie di controllo con otto fader fisici. Il software prevede 64 canali, dotati dei diversi pacchetti Waves. È un sistema utilizzato da molti tour internazionali, come i Five Finger Death Punch, gli Editors, eccetera; a parità di input, che nel nostro caso sono i preamp del Profile, la somma che risulta da questo mix LV1 riesce a essere migliore, in certi aspetti, rispetto a quella del Midas.

Con due mixer all’opera, come lavori durante il concerto?

Io comunque ho delle scene sul PRO2, con una scena per ogni canzone, ciascuna con balance interni ben definiti, e aperture e chiusure dei vari microfoni. Il mix Waves per ora lo sto lasciando un po’ da parte, anche se sto man mano copiando i balance dal banco principale per provare a fare qualche show finale soltanto con l’LV1. Sono sempre molto propositivo verso questi esperimenti: credo sia un modo diverso di lavorare, rispetto al feeling fisico con i banchi tradizionali, ma non per questo meno valido. In particolare Waves è molto interessante, non tanto per i plugin, su cui si può discutere allo sfinimento, quanto per le possibilità che offre al mondo live, compreso il networking.

Sono previste sequenze?

Sì, sono gestite da Fulvio Arnoldi, il tastierista e direttore musicale della band, attraverso un rack sequenze basato su due Mini Mac, una Radial Switch con time-code, eccetera. Si tratta di poco materiale, dato che è un concerto molto suonato: si parla comunque di sei musicisti.

C’è qualche particolarità nel microfonaggio?

Data la scenografia molto pulita, abbiamo scelto di microfonare i piatti della batteria da sotto, senza mic stand; considera inoltre che, a parte situazioni più grandi, nei teatri teniamo volumi bassi, con un balance tra suono naturale e suono amplificato, soprattutto per i piatti. Poi per la cassa ho riportato il Telefunken M82 che avevo usato con Ultimo, un microfono che mi dà sempre grandi soddisfazioni. Per quanto riguarda i rullanti, Phil Mer ne adopera ben tre: hanno colorazioni diverse, con o senza sordina, con dinamiche diverse, eccetera. Infine, le chitarre hanno gli ampli on stage microfonati con i bellissimi Aston Origin, ma devo sempre lavorare per mantenere il sound morbido ed elegante, anche se a fine concerto tendo a dare un po’ di verve alla performance. I brani vengono da tutti gli album di Francesco, dai suoni di un tempo a quelli recenti curati da Michele Canova.

Abbiamo anche visto delle DI particolari…

Si tratta delle DI box Teknosign, attive o passive in base alle sorgenti; sono stereo, con un suono molto lineare, e quando ho fatto i test insieme ad alcune alternative sono rimasto molto colpito e ho spinto Mister X all’acquisto.

Per quanto riguarda l’impianto?

Si tratta del d&b Serie Y, con finali D80. Ogni venue ha una configurazione diversa; preferibilmente usiamo sei J-Sub per avere il sub array, dove è possibile montarli, ma in teatro bisogna sempre ragionare in funzione dell’ambiente e della struttura proprio spaziale in cui ci troviamo ad agire. Qui al Teatro delle Muse il sub array non ci sta fisicamente, ma per fortuna l’ambiente suona molto bene anche solo con i sub left e right. La difficoltà più grande è stata in altre location, non pensate per esibizioni live; a volte la Serie Y non era sufficiente e Mister X ha messo a disposizione la sorella maggiore, la Serie J.

Da sx: Andrea Lapiccirella, Gobbista; David Bisetti, Fonico di palco; e Claudio Brambilla, Backliner.

David Bisetti - Fonico di palco

“A parte un sub per la batteria – ci spiega David – tutti i musicisti si ascoltano con gli in-ear monitor. Il batterista ha anche un mixerino che si gestisce in autonomia, con gruppi separati di batteria, band senza voce, sequenze, voce, click a parte.

“Il mixer di palco è Digidesign Profile: quasi vintage, ma è un mixer che dopo dodici anni è ancora a livello professionale.

“Francesco usa un radiomicrofono Shure Axient prima serie, con capsula DPA d:facto. Poi tutti usano sistemi in-ear PSM 1000. Ora è uscita questa nuova serie di ricevitori Shure, la P10R+, che ha un suono più presente rispetto ai ricevitori classici del PSM 1000, che erano un po’ scavati in mezzo e non piacevano a tutti i musicisti. Anche a livello di volume, nella versione precedente c’era meno margine, qui non è necessario boostare troppo per sentire bene. Gli auricolari di Francesco sono i nuovi Earfonik Stage a otto driver, appena usciti: li ho trovati molto meglio di quelli da sei driver, hanno frequenze medio basse che aiutano il cantante ad avere una presenza su quella zona. Le sei vie sono belle, chiare e definite, ma per chi canta forse mancava qualcosa là sotto. Per un chitarrista, potrebbero risultare magari un po’ gonfie, ma per un cantante come Francesco sono perfette.

“Abbiamo poi dei microfoni d’ambiente, che a Francesco fa molto piacere sentire a livello. Bisogna lavorarli un po’ tutte le sere, dato che ogni sala risponde in maniera diversa: o troppo chiara o troppo scura.

“In fin dei conti stiamo leggeri, l’impianto in teatro si sente a sufficienza e non abbiamo bisogno di side, di wedge monitor o altro. Magari all’aperto servono, ma qui no: molti all’aperto ritardano l’impianto, che vorrebbe dire tenere nelle cuffie dei volumi di Satana, altrimenti l’artista ritroverebbe tutto fuori fuoco rispetto all’impianto; qui invece gli spazi sono piccoli e i ritardi non sono fastidiosi.”

Lo show

Francesco Renga accoglie i presenti con l’usuale energia e, come in un riflesso, il pubblico risponde cantando a squarciagola i tanti singoli dell’artista; non mancano poi brani più melodici, raccolti, spesso anticipati da brevi riflessioni che aumentano la sensazione di un evento per pochi intimi. La venue teatrale si dimostra ottima per l’atmosfera e il pubblico richiamati dall’artista: non mancano punte di rock, ma generalmente la cifra migliore è quella del pop intimista in bilico tra set acustici ed elettronici.

Da ogni lato della platea, le lastre specchianti offrono percezioni diverse, che sommate a un uso generoso del fumo rendono difficile capire da dove provengano gli effetti e le luci: in particolare, funzionano molto bene i contributi mandati sui piccoli LEDwall alle spalle degli specchi, eterei e deformati nella loro non-direttività.

Sempre invidiabile il muro sonoro, capace di restituire tutti i dettagli necessari a uno show elegante e suonato come si deve dall’inizio alla fine. 

Band

Sequenze, tastiere, chitarra

Fulvio Arnoldi S 

Pianoforte e tastiere 

Vincenzo Messina 

Chitarre 

Stefano Brandoni 

Heggy Vezzano 

Batteria 

Phil Mersa 

Basso 

Gabriele Cannarozzo 

Management Artista

Evento Musica

Manager 

Sunshine Pegoiani 

Raffaele Checchia 

Driver artista 

Alessandro Tamborra 

Prodotto da

Friends&Partners

Ferdinando Salzano

Direttore di produzione

Carlo Bottos 

Assistente di produzione

Luana Tonello 

Lighting designer

Jò Campana 

Gobbista 

Andrea Lapiccirella 

Audio, luci, video

Mister X Service

Resp.

Lele Gurrado

Lighting crew chief 

Luca Casadei 

Fonico FoH

Davide Linzi 

Fonico Palco 

David Bisetti 

Backliner 

Paola Bertozzi 

Claudio Brambilla

PA Man 

Simone Cherubini 

Luci/macchinista 

George Marincov 

Video 

Jonathan Bonvini 

Autista bilico 

Vidoje Raonic 

Scenografie

Emiraf

Camerini

Lorena Nolli

Trasporti

GM Gamund





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