Mix in the box Vs. Mix ibrido Vs. Mix analogico - 1 parte

Il mix: l’arte sopraffina del dare equilibrio, senso e valore agli elementi ed a tutte le idee sviluppate nella fase di produzione e recording dei singoli prodotti musicali.

di Lorenzo Cazzaniga

Il mix: l’arte sopraffina del dare equilibrio, senso e valore agli elementi ed a tutte le idee sviluppate nella fase di produzione e recording dei singoli prodotti musicali. La fase forse di massima sintesi del processo di produzione musicale da quando, negli anni ‘40, è stato introdotto il concetto di registrazione multitraccia. Il momento nel quale tutto assume la forma che deve, quella che per sempre resterà la fotografia che fino ad allora era solamente un’idea nelle teste dell’artista, del produttore e dell’ingegnere. Un’arte misteriosa, che combina capacità tecnica con sensibilità e conoscenza musicale, abilità di interpretazione delle indicazioni di artisti e produttori con forza di personalizzazione del prodotto, che si è evoluta nel tempo seguendo lo sviluppo della tecnologia che la riguarda.


Volendo analizzare le diverse metodologie di lavoro che caratterizzano questa fase della produzione, possiamo dire che il metodo tradizionale, quello più antico, prevede l’utilizzo di un mixer analogico al centro del processo di elaborazione. Questo sistema, considerando console di alto profilo, offre innumerevoli vantaggi dal punto di vista sia ergonomico (per la praticità di moltissime operazioni) che dinamico (per la sua naturale capacità di rispetto dinamico nella funzione di somma dei segnali). Presenta però parecchie controindicazioni dal punto di vista logistico, perché lo spazio necessario per contenere console di largo formato è ampio, e dal punto di vista economico, perché, oltre al costo iniziale dell’investimento, oggi difficilmente compatibile con il metro utilizzato dall’industria discografica per approcciare la fase di produzione musicale, richiede anche un notevole esborso di danaro per il mantenimento (ricambi e manutenzione costanti) e per il costo di esercizio (assorbimento elettrico e necessità di un impianto di condizionamento all’altezza di compensare l’alta temperatura sviluppata). Sicuramente un altro dei vantaggi che l’uso di un mixer “vero” offre è quello di poter facilmente essere connesso ed accoppiato a sistemi di registrazione sia digitali (computer based e non, con i relativi sistemi di conversione A/D e D/A) che analogici (24 tk analog recorders).


Dal lato opposto il metodo di mixaggio “in the box” parte dal concetto differente di porre al centro del processo di lavorazione il computer (con le DSP interne o esterne ad esso correlate), che diventa non solo l’elemento di supporto multitraccia del materiale audio, ma anche quello di processo e di somma finale. I vantaggi che questo sistema propone sono in primo luogo di carattere economico, visto che il suo costo rappresenta circa 1/10 del costo di una console di largo formato. In secondo luogo il miglioramento è anche di tipo logistico, viste le dimensioni ridotte rispetto al caso precedente, la poca dissipazione termica e il fatto che può essere spento alla fine del ciclo quotidiano di lavorazione senza che l’operazione procuri danni collaterali all’attrezzatura stessa, come accade invece per il mixer analogico di largo formato. Inoltre, presenta la spiccata capacità di riproporre con un margine di errore minimo il richiamo della situazione di lavoro lasciata la volta precedente, nonché una gestione molto raffinata dell’automazione dei livelli e di tutti gli altri parametri. Gli aspetti negativi che contraddistinguono questo sistema sono essenzialmente legati al carico di operazioni che vengono concentrate sulla sua DSP, dovendo essa occuparsi sia di gran parte dei calcoli relativi al “processing” (tutte le operazioni di equalizzazione, compressione, effettistica, ecc.) che di quelli relativi al “summing” (operazioni di somma, controllo, automazione, ecc.). La necessità di eseguire tutte queste operazioni in tempo reale, o in un tempo quasi prossimo ad esso, con un ritardo che va comunque compensato, spesso ricade sulla qualità finale del materiale audio. Inoltre, l’interfacciamento con qualsiasi elemento esterno analogico risulta più delicato, perché presuppone fasi multiple di conversione analogico/digitale. L’ergonomia non proprio vincente di questo sistema è nettamente migliorabile accoppiandolo a superfici esterne di controllo, con la controindicazione che il costo finale del sistema sale in maniera esponenziale.

Esattamente a metà strada tra questi due sistemi molto diversi nella logica di approccio alla fase di lavorazione del mixaggio, troviamo quelli che possiamo definire “ibridi”, nel senso che, mantenendo il computer come elemento di base per il replay e la fase di processing del materiale musicale, gli si affiancano uno o più elementi esterni per dividere il carico delle operazioni di somma finale (sommatore analogico o console digitale) o di parte del processing stesso (outboard esterno). In questo caso, pur mantenendo tutti i vantaggi di spazio, economici e di recall che il sistema “in the box” possiede, l’aggiunta di elementi che liberano la DSP interna dal carico di una parte delle operazioni (specialmente per ciò che riguarda la somma delle sorgenti), eleva in modo significativo la qualità audio finale. La difficoltà è rappresentata, nel caso di interfacciamento con elementi analogici, dal mantenimento della qualità del percorso audio a causa della necessità di fasi multiple di conversione che, se non ottimizzate con hardware (convertitori e generatori di clock) di alto livello, rischiano di compromettere i vantaggi che questa formula propone. L’utilizzo invece di una console digitale in combinazione con un sistema “computer based”, elimina il problema della conversione (se non per il solo stadio finale di uscita), aggiunge alcune possibilità di processing timbrico e dinamico e spesso alcuni multieffetti a quelli già presenti nel computer, ma si scontra con la difficoltà di riprodurre l’operazione di somma in modo ottimale come nel caso venga eseguita da un sommatore analogico.

L’esperimento che ho realizzato per approfondire la fase di analisi della questione è costituito da una stessa sessione di lavoro (medesimo brano, quindi medesimi elementi di base) impostata all’interno del medesimo host e mixata utilizzando i differenti metodi sopra citati, cercando di minimizzare le possibili differenze di partenza (come ad esempio l’uso di un solo tipo di convertitori in caso di necessità di conversione del segnale nei vari punti delle varie catene e di un unico medesimo generatore di clock che pilotasse i vari sistemi, l’uso di un setup di plug-in e di outboard esterno fisso, gli stessi sistemi di ascolto e, dove possibile, lo stesso luogo). Le varianti sul tema introdotte in corso d’opera sono state il confronto di ulteriori due diversi software (rispetto a quello utilizzato inizialmente per la comparazione dei tre sistemi) mantenendo lo stesso hardware, di due diversi sommatori analogici, di due diverse console sia analogiche che digitali. In una prima fase i mix sono stati eseguiti liberamente, in modo che a guidare la pratica fosse la normale logica di approccio al lavoro e conseguentemente la propria conoscenza tecnica, capacità e gusto personale facessero da elementi discernitori. In un secondo momento, si è tentato di riprodurre il risultato ottenuto giudicato come migliore con gli altri sistemi, forzando così in senso opposto la normale logica operativa.


Certo, ogni valutazione a riguardo risulta sicuramente essere influenzata dal gusto personale, dalle proprie capacità tecniche e modalità operative e da ciò che di soggettivo esiste in questo mestiere (cioè tutto!).
In ogni modo, la sensazione generale è quella che più il computer cede ad un elemento esterno la fase di somma (dividendo in numero sempre maggiore le singole sorgenti su uscite separate che vengono poi risommate dall’apparecchiatura esterna in questione), più il range dinamico a disposizione risulta essere superiore. Inoltre, a parità di range dinamico ottenuto, c’è una notevole differenza di carattere sia timbrico (ampiezza di spettro) che spaziale (in senso stereofonico). La console analogica di largo formato sembra essere il posto esatto nel quale gli elementi musicali debbano essere riprodotti e dove l’operazione di somma avviene in modo del tutto naturale, indipendentemente dal numero degli elementi e dal livello medio intorno al quale si sta lavorando.


Ci sono un paio di aspetti interessanti relativi all’interfacciamento dell’hardware di conversione analogica con la console di largo formato che vale la pena segnalare.
Il primo riguarda i livelli di allineamento; si nota infatti immediatamente come esista una difficoltà strutturale delle interfacce AD/DA di comune utilizzo ad adattare i livelli di ingresso e di uscita per permettere all’operatore di sfruttare a pieno la dinamica sia del sistema di replay che della console. È questo un chiaro segno di come, a meno che il sistema computer non venga accoppiato con un hardware di conversione di altissimo livello (il cui costo per assurdo supera abbondantemente quello del sistema stesso!), i due componenti nascano con due concezioni completamente diverse alla base, al punto da far risultare la loro relazione come un’eventualità possibile e non come una necessità ed una priorità assoluta.


L’altro aspetto riguarda la disponibilità e l’ampiezza di spazio nella stereofonia in relazione alla correlazione di fase dei segnali. Anche in questo caso la console analogica sembra fornire il territorio più ampio nel quale disporre gli elementi musicali, senza che la sensazione spaziale subisca variazioni man mano che il numero di elementi da sommare cresce. Questo fatto però non dipende soltanto dalla superiore capacità intrinseca che il mixer analogico ed i sommatori analogici di alto livello possiedono, ma anche da alcuni limiti strutturali che i sistemi computer based hanno in questo senso: basti pensare che il concetto di simulazione del circuito di pan-pot via software presenta le più svariate e curiose soluzioni possibili, specialmente se relazionate all’idea di traccia mono e di traccia stereo.
Consiglierei di fare un esperimento ascoltando la differenza tra lo stesso sistema che riproduce un file stereo da una coppia di uscite (out 1-2) e lo stesso file separato in due tracce mono ed assegnato alle medesime due uscite (uno alla 1 e uno alla 2). A parità di hardware, con software host diversi, le differenze sono udibili sia all’interno del medesimo programma, sia confrontandolo con altri omologhi.


Se la tendenza moderna è quella di organizzare un sistema di lavoro che sia il più possibile compatibile con le esigenze ma specialmente con le limitazioni economiche che l’industria impone, vista la sempre maggiore riduzione dei budget di produzione legata alla contrazione del mercato, probabilmente il prossimo futuro vedrà uno sviluppo crescente delle strutture di tipo ibrido, nelle quali si mira, con un notevole risparmio economico, a preservare le qualità audio salienti delle strutture dotate di console analogica, sfruttando però i vantaggi a livello di spazio e precisione di recall dei sistemi “in the box”.


In questo senso può essere utile una valutazione curiosa che l’esperimento in questione ha evidenziato. Infatti, dal confronto tra il risultato ottenuto mixando lo stesso materiale musicale con sistemi ibridi con sommatore analogico e con una console digitale, emergono differenze a volte difficilmente considerabili. Se si processano i segnali sorgente all’interno del computer (con plug-in software) nella medesima maniera per entrambi i casi e si compara l’uso di un buon sommatore analogico (16 ingressi, 8 coppie stereo) con una console digitale di buona caratura (48 input via AES/EBU, risoluzione interna 32 bit floating point), lasciando a questi ultimi le operazioni di somma finale e di panning, si nota come il risultato sia variabile in funzione del numero di elementi da sommare: più il numero aumenta e si allontana dagli input analogici disponibili nel sommatore, più la console digitale comincia a proporre un risultato decisamente interessante, oltre ad offrire, inclusa nella sua natura, una superficie di lavoro ergonomicamente più favorevole della prima. Certo, anche i sistemi “in the box” con sommatore possono dotarsi di superfici di controllo per rendere più agevoli le operazioni di controllo del software host, ma spesso il costo di questi “telecomandi giganti” non è così a buon mercato. Va anche detto che le differenze di qualità ottenibili tra i vari tipi di sommatore analogico sono sostanziali: molto spesso si trovano apparecchi anche a cifre non indifferenti che in realtà altro non sono che una serie di resistenze e potenziometri messi in fila…. ( ma basta aprirli per scoprirlo!).