La pompa del gasolio

The Show must go On negli anni '70. Illusioni politiche, memorie musicali, avventura e tanta fame.

di Stefano Cantadori

Lupetto

Stavamo navigando in pieno agosto una piana vasta a perdita d’occhio.
La strada, dritta e stretta, era un nastro di un grigio chiarissimo che in distanza scompariva e ricompariva seguendo leggere ondulazioni del terreno.
Le onde di calore facevano vibrare l’asfalto.
Guardando dritto davanti a sé, nulla all’orizzonte.
Eravamo in Sud Italia, heading South.

A sinistra campi deserti. Difficile anche chiamarli campi, non c’erano coltivazioni o muri a secco a dividere proprietà. C’era polvere dappertutto, di una leggera tinta rosata, come fosse mista a sabbia esotica, che invadeva anche la carreggiata sfumandone i contorni. Al di là dei campi, che sembravano correre all’infinito, un leggero indistinto tremulo riflesso azzurro di basse montagne o forse un miraggio del mare.
A destra, e solo a destra, case disposte su una sola linea. A gruppi di tre, quattro, una vicina all’altra, poi nulla per chilometri, poi una decina in fila come soldatini, anche queste di un bianco sfumato a tinte calde, tutte recenti. Molte avevano il tetto a cupola, oppure uno dei blocchi dell’edificio era fatto così. Serrande abbassate, porte chiuse, nessuno in vista.

Era domenica mattina e pensavamo che a quell’ora potevano essere tutti a Messa o riuniti per qualche festa di paese, di cui non conoscevamo esistenza e ubicazione. Cartelli inesistenti. Anche la strada sembrava nuova. Le strisce di mezzeria emergevano nette, come bucaneve in un prato, poiché la strada nel mezzo era come spazzata. Un paesaggio inaspettato, quasi fiabesco; mi venne la strana idea che qualche percorso laterale avrebbe potuto condurre in una specie di valle dell’Eden, in un abbassamento fluviale di acque abbondanti, con prati e coltivazioni o su una magica montagna invisibile. I miei due compari erano del Sud ma condividevano con me lo stupore per quel luogo inaspettato.

Alla fine degli anni ’70 non c’era il navigatore satellitare e le mappe ce le procuravamo di volta in volta negli autogrill ma le autostrade erano finite molti giorni prima. Quella volta Peppone, il camionista, si era limitato a fare domande sul luogo del concerto precedente. Il problema non era la mappa o la polvere, era la maledetta pompa del gasolio dell’OM 50, che da mezz’ora andava a singhiozzo. L’OM 50 aveva il motore in cabina, coperto da un’alta cofanatura sporgente, sopra la quale era abbarbicato il seggiolino per il passeggero centrale.

A quel tempo, la squadra tipo per “fare i concerti” era un camion e tre tecnici. Tecnici si fa per dire. Le paghe erano basse, ed il camion era casa: si dormiva in cabina. Era anche uno dei modi per ridurre il rischio che ce lo fregassero. Io badavo ai beni della ditta più che ai miei, che del resto altro non erano che qualche indumento in una valigia.

Peppone sapeva il fatto suo: scoperchiammo il motore allentando i ganci e mi mostrò la pompa. Il terzo passeggero era suo cugino, con noi come generico, ed era l’abitante del sedile centrale. Fu spostato in una sistemazione ancora più di fortuna: nel cassone. Che in agosto, sotto il sole del Sud, non doveva essere come a bordo piscina alle Hawaii. Mi fu illustrato il funzionamento della pompa del gasolio. Quando si rimaneva senza bumba (la qual cosa non era affatto raccomandabile) bisognava agire su una pompetta a mano che si premeva con il pollice fino a riempire nuovamente i condotti e permettere alla pompa di dar continuità al flusso. Nel nostro caso la pompa era fottuta, per cui tutto quello che potevamo inviare al motore era tramite pompetta e pollicione. La carica durava assai poco, tra messa in moto e sforzo del motore per trascinare il carico. Per intenderci: non è che con una carica si facessero mille metri, e nemmeno cinquecento. Era un massacro, tra messa in moto e sputter sputter gasp gasp facevamo poche decine di metri.

La strada era assolutamente deserta e non passava un’anima. Non esistevano telefoni cellulari, non avevamo alcun numero degli organizzatori, di sicuro in ufficio non avremmo trovato nessuno. Le case sembravano tutte abbandonate come per l’arrivo di un uragano. Facemmo una trentina di chilometri in quel modo: deserto a sinistra, radi gruppi di case a destra. Se sei in Sud Italia, alla fine degli anni ’70, di domenica mattina, con la pompa del gasolio rotta, le tue possibilità di proseguire in tempo utile per i successivi trecento chilometri fino al luogo del concerto sono esigue. Sennonché, dopo due ore di tortura e ogni nervo delle mani dolorante, ad una di quelle casa trovammo affiancato un capannoncino, ampio cortile. Davanti, un cartello: POMPISTA. Non meccanico, autofficina, garage: proprio POMPISTA! Peppone suonò il campanello di casa e, miracolo, “the doctor was in”. Ed aveva il ricambio. Non mi ricordo nemmeno con che artista eravamo in tour. Ma della pompa sì.

Fu l’ultima volta che il buon vecchio OM 50 “Lupetto” uscì in tour. Anche perché era un patente C, e ci voleva un autista vero che costava di più. Il suo vantaggio era che cubava moltissimo, era un parallelepipedo con spigoli appena arrotondati, un furgonato lungo tutto metallo, sopra la cabina l’imperiale. Rosso come solo un camion italiano sa esserlo. Ci potevi mettere dentro tutto quello che volevi, sempre che la ditta ti desse il permesso. Ed io lo avevo. Più roba, più prestigio, più spettacolo. Sempre in tre eravamo, e sospetto che per questo stavo un po’ sul cazzo sia a Peppone che a suo cugino. Comunque si lavorava bene insieme, e Peppone sul posto ti ci portava. Il nome non è legato a Don Camillo. Se non ricordo male Peppone, così chiamato per l’abbondante costituzione, era calabrese.

 

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