Al Bano e Romina in concerto a Cattolica

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di Alfio Morelli

Quando l’estate scorsa, parlando con amici e lettori, dicevamo che insieme a Vasco Rossi, Guns N’ Roses e Tiziano Ferro avremmo visto anche il concerto reunion di Al Bano e Romina, notavamo in alcuni un certo sorrisetto. Immaginiamo dovuto alla storia, al target ed al genere musicale del celebre duo, ma a nostro avviso del tutto fuori luogo.

Infatti, analizzata sotto il punto di vista professionale, la carriera artistica di Al Bano e Romina è assolutamente invidiabile per centinaia di giovani pseudo talenti a cui ogni tanto viene messo un microfono in mano. Soprattutto il cantante pugliese, a 74 anni suonati, può ancora permettersi, per prestanza fisica e notorietà, tournée internazionali dall’Europa dell’Est all’Australia che molti giovani colleghi italiani nemmeno si sognano.

Anche questi concerti estivi sono stati tutt’altro che un modo per fare soldi facili, visto che è stata allestita una produzione agile ma del tutto dignitosa, con una band numerosa e di qualità e materiali di prima scelta.

Noi, presso l’Arena della Regina di Cattolica (in provincia di Rimini, sulla Riviera Adriatica), abbiamo assistito ad un bel concerto, perfettamente tarato sul numeroso pubblico presente, composto da molte persone di una certa età, fra cui diverse nonne accompagnate da figli e nipoti: insomma l’opposto dei concerti dei Benji & Fede di turno i cui sono genitori e nonni ad accompagnare i piccoli nipoti.

La scaletta piena di grandissimi successi e cover di hit mondiali, arrangiati però con buon gusto e attenzione, unita alla ormai pluridecennale esperienza degli artisti a tenere il palco con simpatia e voglia di divertirsi e divertire, ha coinvolto tutti gli spettatori e li ha mandati a casa felici: quello che la musica deve fare.

c IMG 5286Giancarlo Toscani – Lighting designer

Cosa hai montato?
Dal punto di vista tecnico non serviva una struttura grande, perché l’impostazione è molto teatrale. Sul palco abbiamo otto musicisti molto abili che sono quasi sempre colorati e illuminati. Si lavora molto sugli interventi personali. In realtà non c’è un vero e proprio progetto del palco, anche perché andiamo spesso all’estero: io faccio una richiesta di tutto il materiale che mi serve, compresa la struttura, e grosso modo trovo quanto richiesto, a volte anche più.
Innanzi tutto lo spettacolo è praticamente a braccio. Soprattutto Al Bano improvvisa molto, perché segue la risposta del pubblico. A volte la scaletta è completamente diversa rispetto a quella prevista, insomma lo spettacolo va seguito assolutamente con gli occhi, a braccio. Occorre costruire e seguire il feeling, cercando di capire cosa l’artista vuole trasmettere momento per momento durante lo spettacolo.
La struttura si basa su dei wash, in questo caso dei Nick DTS, controluce e frontale per ognuno dei musicisti, compreso Al Bano; ma anche degli accecatori sul pubblico, perché l’interazione con esso è molto viva. Al Bano ha scritto anche delle cose molto profonde, per esempio Amanda, un brano che tratta il tema dell’immigrazione, in cui una ragazza che è venuta dall’Africa sognando l’Europa si è poi trovata a fare la prostituta, ma non è stata al gioco e si è uccisa. Oppure un brano che si intitola Libertà, scritto a quattro mani da Al Bano e Romina: prima della caduta del muro di Berlino hanno fatto un tour in Germania dell’Est: da cittadini europei, liberi, hanno visto la differenza ed è nato questo brano che è molto toccante. Per cui Al Bano e Romina non sono solo Felicità o Il Ballo del Qua Qua, ci sono anche dei contenuti più impegnati.
Sempre dal punto di vista musicale, devo dire che Al Bano ha ancora una “leppa” che tira giù i muri e quando interpreta i classici io mi emoziono, proprio come il suo pubblico. Al Bano ha voluto interpretare dei brani classici, come Va Pensiero, con degli arrangiamenti molto belli, davanti ad un pubblico che forse non conosceva neppure questo tipo di musica.
Il concerto di Al Bano e Romina è soprattutto uno spettacolo in cui si fa musica, e si fa pure bene, il disegno luci, seppur non enorme, mi permette comunque di coprire tutto il palco e tutti i musicisti con dei wash che fanno proprio il lavoro dei wash, senza neppure troppi movimenti. Una mia caratteristica, o meglio una caratteristica della scuola da cui provengo, è proprio quella di creare dei disegni, per cui ho 12 Claypaky Sharpy, otto DTS Raptor e otto Alpha Beam 700, con i quali faccio molti giochi, appunto, con i disegni, che comunque vanno anche dosati. Quando Al Bano e Romina interagiscono con il pubblico, c’è anche l’illuminazione della sala con cui giocare. Infatti Al Bano, tra un brano e l’altro, parla molto, racconta la storia del brano... perché è nato... in che momento. Devo dirti che non mi sarei mai aspettato di trovarmi in un tour in cui mi diverto così tanto, anche perché ho dei colleghi straordinari, molto bravi anche tecnicamente. Spesso dobbiamo improvvisare: quando abbiamo il nostro service è una benedizione, ma spesso lavoriamo con materiali diversi e in tempi molto ristretti. I musicisti, tra l’altro, hanno bisogno di provare tutti i giorni, per cui noi lavoriamo mentre fanno il sound-check, ci incastriamo, c’è una fusione perfetta.

In Italia avete non più di una decina di date...
Sì. Lavoriamo molto all’estero. Quasi tutti gli anni facciamo con Al Bano un tour in Germania ed un tour in Austria di una decina di date, per cui stiamo via circa 20 giorni in Germania e altrettanti in Austria. Andiamo spesso anche in Canada e Stati Uniti. Non avrei mai immaginato che sarei andato a Los Angeles... con Al Bano. Faremo anche un tour in Australia a febbraio, insomma un bel programma. Un po’ egoisticamente devo dire che la programmazione del tour mi permette anche di incastrare altri lavori tra un viaggio e l’altro: una produzione televisiva, un musical.
Per un professionista alcuni lavori si fanno per dovere, perché sono convenienti economicamente o perché portano altre cose... Questo tour con Al Bano invece lo faccio principalmente perché mi diverto, ho veramente riscoperto il gusto del tour.

Le date potrebbero accavallarsi: hai un collaboratore qui?
Sì, qui ogni tanto capita che la rental company DeeJay Service mi copra alcune date con suoi professionisti. Però lo spettacolo grosso modo è impostato, anche se non in time code, perché è impossibile, vista la tendenza all’improvvisazione, però c’è comunque una scena per ogni brano. Chiaro che ognuno ha le proprie specificità e le proprie caratteristiche, anche riguardo il sentire e il percepire la musica. Comunque sì, a volte mi sostituiscono: a volte Gaetano, a volte Alessandro, ....

Sul palco c’è anche un video?
Sì, anche se non molto invadente. Io non amo molto lo schermo centrale, perché secondo me durante lo spettacolo l’attenzione va concentrata sull’artista. Con uno schermo dietro, il rischio è che alla fine lo spettatore guardi la TV invece di guardare lo spettacolo. Inoltre ci sono momenti importanti, in cui si raccontano storie molto serie. Voglio dire che questo spettacolo mi piace perché mi dà la possibilità di riscoprire una certa teatralità che ormai non va più di moda, magari accendendo solo un faro, o solo un controluce e un taglio. Ad esempio nel momento in cui Romina recita una poesia, accompagnata solamente dalla chitarra di Adriano Pratesi, ci sono soltanto un controluce su Romina e uno sul chitarrista.

Anche la scaletta aiuta questa impostazione...
Assolutamente sì. Ho riscoperto il gusto della musica, il gusto di lavorare in un ambiente in cui c’è gente che suona davvero. Ci sono momenti in cui mi emoziono molto positivamente. Inoltre mi diverto, mi piace ed è appagante. Di più: nel nostro lavoro, quando parti dal backstage per andare al mixer, l’adrenalina fa un effetto che deve essere simile a quello che provavano i gladiatori quando scendevano nell’arena. La gente capisce che ti stai avvicinando al mixer e sta iniziando lo spettacolo. In quel momento ho il “polpastrello sudato”. Con Al Bano e Romina ho riprovato questa sensazione, ed è una cosa che mi piace.
Anche il feeling che c’è tra i membri dello staff è una cosa piacevole; parliamo la stessa lingua, senza neppure parlare tanto per la verità: bastano pochissime parole per capire come risolvere un problema, come ad esempio i cambi repentini di scaletta. Basta una singola nota di Alterigio Paoletti, che è il direttore d’orchestra, per capire in che direzione stiamo andando.

Come gestite i video?
I video li manda Francesco, che gestisce anche le sequenze e comunica direttamente con Al Bano. Usiamo pochissimi video e solo su alcuni brani particolari.

Solo immagini registrate?
Sì. Ultimamente abbiamo fatto delle prove con dei nuovi video, ma ci siamo accorti che dobbiamo stare attenti a non disturbare troppo l’atmosfera. Spesso lo schermo è proprio spento, anche se siamo sempre alla ricerca di eventuali modalità più efficaci.

Qui chi cura la produzione?
È AC Production (Albano Carrisi Production – ndr), di Cellino San Marco, a cui fa capo tutta la produzione e per cui lavoriamo anche noi.

Francesco Spadaccino Fonico di palco e responsabile di produzioneFrancesco Spadaccino - Fonico di palco e responsabile di produzione

Qual è il tuo ruolo?
Oltre a fare il fonico di palco, mi occupo del coordinamento tra il promoter locale, che fornisce il materiale in base alle richieste tecniche, e la produzione del nostro service.

Voi avete una tranche italiana e poi lavorate molto all’estero?
Io ho iniziato a seguire il progetto dalla prima reunion del 2013, alla Crocus City Hall di Mosca, organizzata da Agapov, che ha avuto l’ardire di rimettere insieme la coppia. Già da prima comunque seguivo Al Bano come fonico di palco. Quando c’è un solo fonico, sono sempre io a seguire l’artista o gli artisti, perché mi occupo anche delle sequenze. Ritornando alla domanda, tutto è iniziato perché con la struttura con cui collaboro, la calabrese DeeJay Service, ci siamo ritrovati a sostituire il service ufficiale di Al Bano e da quella volta ne abbiamo preso il posto, fino ad oggi. Ho cominciato come backliner, cambiando ruoli nel tempo. Poi si sono macinate date su date, principalmente all’estero, perché lì Al Bano, e anche la coppia Al Bano e Romina, fanno la maggior parte del lavoro, con una media di 60 o 70 concerti all’anno.

Non sempre lavorano insieme, giusto?
No, non sempre. È dal 2013 che è nata questa nuova collaborazione, diciamo che l’evento di Al Bano e Romina è un evento più importante e anche più costoso. Allo stesso tempo, Al Bano è forse uno dei pochi artisti della sua generazione che riesce a mantenere un cachet significativo.

Mi racconti come è strutturata la produzione?
Il contatto per l’artista arriva a Cellino San Marco, ad AC Production, che ci gira il contatto locale per quanto riguarda la parte tecnica. A quel punto noi inviamo le schede tecniche ed inizia il lavoro di produzione. Poi ormai la rete dei promoter, italiani ed esteri, si è abbastanza consolidata, ormai più o meno tutti sanno cosa aspettarsi.

In Italia viaggiate con la vostra produzione?
Quasi sempre. Potremmo anche viaggiare in mezza produzione, però di solito portiamo la produzione completa.

Mi diceva Giancarlo che tutto sommato con le luci non ci sono molti pezzi...
Mah... dipende sempre da come si è abituati. Lo show non è tanto minimale, perché parliamo di quasi 50 motorizzati, 46 per l’esattezza, più due follow spot da 2500 W ed un LEDwall 5,5 m x 3 m passo 6 mm... insomma... direi non proprio piccolo.

Avete poi sempre avuto una certa cura dell’impianto audio
Io mi occupo principalmente dell’audio e le esigenze di Al Bano sono abbastanza articolate da questo punto di vista. Lui ha bisogno di molta spinta sul palco, essendo un cantante che canta davvero, quindi deve poter avere la possibilità, in qualsiasi momento del concerto, di sussurrare oppure di spingere.

Prima avevate un impianto Outline Butterfly, che mi sembrava avesse una resa molto buona proprio nella parte media, dove Al Bano spinge; adesso?
Io sono cresciuto con il Butterfly, infatti sono stato quasi 14 anni in Outline proprio nel periodo del Butterfly. Ora di Outline sul palco ci è rimasto solo il monitoraggio, mentre abbiamo rivoluzionato un po’ gli impianti optando per due nuovi marchi: RCF e Bose Showmatch.

O l’uno o l’altro?
O l’uno o l’altro, perché a volte capita di fare delle location più piccole e l’RCF sarebbe troppo grosso.

Quindi l’RCF per l’esterno, dove si può (o dove occorre) spingere di più, e il Bose per le date indoor?
Esattamente.

Cosa puoi raccontarmi a proposito del tuo lavoro sul palco?
Oltre che del monitoraggio, mi occupo anche delle sequenze; inoltre devono partire il gobbo per i testi ed il video, ovviamente sincronizzati. Tutto infatti è sincronizzato con le sequenze: sul mio Mac c’è una doppia scheda grafica, con cui gestisco sia il gobbo, sia il video. In pratica la partenza delle sequenze invia un segnale MIDI virtuale ad un altro software sullo stesso computer – Arkaos GrandVJ, il programma che gestisce il player del video – e tutto parte sincronizzato.
Praticamente svolgo il ruolo di due persone.

Cosa usi per il monitoraggio?
Come console audio uso una Yamaha CL5. Per quanto riguarda i diffusori, sono fedelissimo alle Outline HARD, che non riesco a sostituire. Infatti quando andiamo all’estero, in mancanza delle HARD, devo richiedere un monitoraggio stratosferico: MJF212, d&b... ma Al Bano ama moltissimo le HARD.

Avete anche in-ear monitor?
Sul palco utilizziamo un monitoraggio ibrido. Praticamente gestisco 24 mix. I musicisti, infatti, usano sia l’ascolto con il wedge tradizionale sia l’ascolto in-ear. Le coriste usano l’in-ear monitor, mentre il batterista ha un sub più l’ascolto in cuffia.

Quante linee gestisci?
52 canali su 24 mix

Noto che hai anche delle Tripla Outline?
Sì: sparano parecchio, ma allo stesso tempo riesco a contenere il larsen abbastanza agevolmente. Le Tripla, infatti, sono molto direttive, nel senso che la copertura delle Tripla è abbastanza stretta, quindi non va a sporcare la zona in cui ci sono i musicisti, lasciando il fuoco lì in mezzo. Sul palco ci sono quindi sei wedge HARD più due Tripla come side-fill, così ho anche la possibilità di divertirmi un po’ come fonico di palco.

Anche in sala c’è una console Yamaha?
Sì: Yamaha CL5 anche in sala. Siamo collegati in rete via Dante. Alessandro Banara, fonico di sala, registra anche ogni concerto in multitraccia con la Dante Virtual Soundcard.

Quanti siete sul palco?
Il palco è ben affollato. Ci sono cinque musicisti (band base – basso, batteria, chitarra e pianoforte – più una violinista), quattro coriste, Al Bano e Romina, e come special guest Yari Carrisi, figlio di Al Bano. Ma all’estero non capita di rado di avere un’intera orchestra sinfonica insieme alla band, e i canali diventano 100 o 120!

Alessandro Vanara – Fonico FoHAlessandro Vanara – Fonico FoH

Usi questo impianto RCF HDL 50–A per la prima volta?
Esatto, e la prima impressione è ottima.

Prima usavate Outline Butterfly?
Sì. L’anno scorso avevamo il Butterfly, mentre nelle date precedenti, teatrali, abbiamo usato il nuovo Bose DeltaQ ShowMatch.
Inoltre in questa tipologia di tour molto spesso si cambia impianto. Ad esempio al Teatro del Cremlino abbiamo usato l’impianto residente, ieri al Forte Village avevamo un grosso impianto Meyer; in varie date o festival, inoltre, soprattutto all’estero ma non solo, sperimento un po’ di tutto. A Roma, al Parco della Musica, ad esempio, c’era un L–Acoustics.

Cos’hai trovato in questo nuovo impianto?
Mi dà molta presenza, è proprio “in faccia”. Inoltre il controllo digitale mi sembra un’arma in più davvero molto efficace. Ho visto oggi per la prima volta sul controller funzioni molto evolute, in grado davvero, finalmente, di semplificare il lavoro sia in fase di installazione sia durante la configurazione dell’array. Molto semplice e quindi efficace. Una buona performance, soprattutto in termini di presenza e di dettaglio, è molto importante in uno show come questo, fatto di voci e di reverberi.

Lo spettacolo è decisamente basato sulle voci, viste anche le quattro coriste!
Sì, ci sono sei voci sul palco, ma anche un violino ed una chitarra elettrica che competono un po’ tutti sulla gamma media. È anche importante, grazie al dettaglio, usare un po’ le profondità dei reverberi e dei delay, per contribuire a distribuire al meglio il tutto, a dare ad ognuno il proprio spazio.

Di quanti diffusori sono composti gli array?
Qui a Cattolica sono 11 per parte, più 12 sub RCF 9007-AS a terra. Un bel numero di diffusori. Ovviamente in questo caso sfrutto solo parzialmente la potenza disponibile, perché non è un concerto rock in cui il pubblico ha esigenze diverse. Diciamo che qui non posso portare a fondo scala il livello di uscita degli amplificatori per valutare i limiti dell’impianto. Posso però apprezzarne il dettaglio.

Quali microfoni avete scelto?
Abbiamo fatto diversi esperimenti, ma alla fine l’SM58 è quello che risulta più morbido, soprattutto sulle voci di Al Bano e delle quattro coriste: ci sono anche un po’ meno rientri, mentre la zona delle sibilanti è sempre morbida e rotonda, come mi pare più adeguato allo show. Abbiamo provato anche i Neumann KMS105, gli Shure KSM9, ... alla fine anche lo stesso Al Bano ha imposto a tutti l’SM58, anche dal punto di vista del design. Inoltre, visto l’ampio uso di riverbero, l’SM58 mi dà anche maggiore possibilità di contenere i rientri; ottimo anche un DPA che abbiamo avuto il piacere di provare per qualche tempo, ma che non è ancora nel nostro set.
Tra l’altro l’SM58 si trova facilmente dappertutto, anche all’estero, e questo è un fattore da non sottovalutare.

I vostri banchi sono collegati. Quali vantaggi ne avete?
Siamo collegati via Dante e credo che in molte situazioni, ad esempio quando siamo un po’ di fretta perché ci consegnano il palco in ritardo, condividere le RIO sia un grosso vantaggio. Basta un line check, di uno dei due, che si può fare anche sull’iPad, oppure in sala o sul palco, in base alle varie esigenze di ogni situazione. Occorre essere “amici”, conoscersi bene e fidarsi reciprocamente uno dell’altro, e questa è in molti casi un’ottima soluzione.

Uno dei due fa i guadagni?
Esatto. Abbiamo stabilito che i guadagni in analogico li fa Francesco sul palco, mentre io ho a disposizione la compensazione digitale. Anche l’interfaccia del CL5 rende la cosa semplice, perché ho impostato nel mio banco la possibilità di vedere solo il trim digitale, al posto del guadagno analogico. Un’altra opzione molto utile è il sistema di registrazione via Dante Virtual Soundcard. È una marcia in più per qualsiasi esigenza. Ad esempio il virtual soundcheck, con un solo cavo, è semplicissimo e davvero comodo. Io uso molto volentieri anche l’Avid Profile, e il virtual soundcheck è veramente una risorsa fondamentale.

Chiedete sempre gli stessi prodotti, nel rider, anche all’estero?
Certo, cerchiamo di avere sempre lo stesso materiale, soprattutto per il palco e per gli artisti. Io, per la sala, ho un po’ più di elasticità, quindi ho messo due opzioni: Yamaha CL5 oppure Avid Profile con l’arsenale dei miei plugin preferiti.

Usi tutto interno al mixer o hai delle outboard?
Uso tutto interno al mixer. Non ho sentito neppure l’esigenza di usare i Waves. Per me i Waves sono fondamentali, soprattutto il de-esser e l’HCompressor, ma con altre tecniche – qua c’è un bel multibanda, poi con qualche magheggio di channel EQ per mantenere il link dell’EQ e la coerenza di fase – riesco comunque ad ottenere risultati soddisfacenti.
Uso due fader per ogni voce, un canale compresso ed uno dry. È una tecnica che nell’Avid è prevista direttamente, con un gruppo compresso oppure con il plugin HCompressor che ha dry e wet disponibili facilmente, mentre sul CL5 duplico i gruppi o i canali.

Cosa rimane del passato analogico sulle console digitali per un fonico?
Dipende da come si è abituati a lavorare. Una mia peculiarità personale, ad esempio, è cercare alcune cose che avevano i banchi analogici, in particolare cerco di ricreare i gruppi compressi anche su banchi in cui il signal flow non lo prevede espressamente. Nel mondo Yamaha, ad esempio, il cammino del canale verso il master, quando attraversa anche un gruppo non è compensato in latenza, mentre in altri banchi questa compensazione è stata studiata ed implementata efficacemente. Quindi sfrutto lo Yamaha in modo un po’ particolare; ad esempio ogni microfono finisce su due fader, e tengo collegati i due canali mantenendo svincolate le dinamiche ma collegando molto attentamente le equalizzazioni, soprattutto per quanto riguarda gli accoppiamenti di fase.

La voce di Al Bano è facile o difficile?
La voce di Al Bano è molto difficile, mentre lui ha delle esigenze artistiche non sempre del tutto comprensibili. Ad esempio: molto brillante, con molto riverbero, chiaro e lungo; inizialmente, nei primi anni – ho iniziato con lui nel 2001 – ero un po’ sorpreso della quantità di riverbero che chiedeva, in studio, sul palco e anche in sala ai concerti. Piano piano, però, ho capito la bellezza di questa sua scelta e anche la sua necessità: la sua tecnica vocale, il suo modo di cantare, trae proprio beneficio da questa impostazione. Lui la chiama Cattedrale: Al Bano si esprime al meglio in chiesa, quando canta un’Ave Maria al matrimonio di qualche suo amico, senza microfono, con un riverbero di sette secondi. Allora ci siamo accordati per tre secondi e mezzo di riverbero, con un delay interno. Praticamente raddoppio i 3,5 s con il delay. Il delay sulla sua voce non finisce dry sull’impianto ma finisce dentro al suo riverbero e quindi mi ripete un po’ le code; ho sempre questo controllo sottomano: da pezzo a pezzo cambio i ribattuti e il mix tra delay e riverberi.

Al Bano è un artista sulle scene da decenni: cosa hai imparato da lui?
Al Bano è incredibile: nei primi anni 2000, quando ancora si usavano molto i banchi analogici, molto spesso avevamo, ad esempio, un Midas H3000 con i compressori dbx 160; Al Bano era uno dei pochi cantanti in grado di sentire la prima tacca o al massimo la seconda tacca di compressione del 160, uno dei compressori più trasparenti sul mercato. Io lo vedevo comprimere di due o tre dB nei picchi, in maniera per me impercettibile, mentre Al Bano se ne accorgeva subito.
Con lui ho capito molto in fretta la cosiddetta “New York compression”, ovvero la compressione parallela; nell’acuto non vuole sentire assolutamente lavorare il compressore in downward compression, cioè non vuole sentire che il suo acuto, il suo momento più magico, venga attenuato. Preferisce invece sentire l’upward compression della compressione parallela, per avere eventualmente un supporto, un’enfatizzazione, quando la dinamica è più bassa. Questo modo di lavorare mi dà insieme la soddisfazione dell’artista e il controllo dinamico, perché ovviamente tutto deve essere sempre sotto controllo.
Al Bano è molto istintivo, ovviamente non conosce i termini tecnici esatti, però riesce ad esprimere chiaramente i concetti. Lui mi parla di “eco”, per descrivere il riverbero e tutto il vestito effettistico che gli ho costruito intorno.
È un osso duro, difficile da accontentare. Devo fare veramente i complimenti a Francesco per il lavoro che riesce a fare sul palco, con volumi decisamente elevati e riverberi complessi. Io riesco a fare bene il mio lavoro anche perché ci sono le spalle larghe di Francesco sul palco.
Un’altra cosa, da fonico: oggi abbiamo alcuni sostituti, ma Al Bano ha sempre scelto dei musicisti di prim’ordine. Penso a Maurizio Dei Lazzaretti alla batteria, Adriano Martino alla chitarra, Alterisio Paoletti al pianoforte e agli arrangiamenti; così le coriste: Alessandra Puglisi sempre a Sanremo, Luana Eredi da Zelig, Betty Maineri, un’altra gloria, e anche la chicca straniera Madleine Lang. È un grande onore lavorare con una squadra del genere.

Ti piace stare in questa famiglia?
È una famiglia fantastica. Molto spesso affrontiamo viaggi apocalittici: Azerbaijan, Kazakistan... coincidenze aeree improponibili, 24 ore in aeroporto... abbiamo imparato a conoscerci sotto stress e siamo una bella squadra affiatata.

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