C’era una Volta...

19 Mar 2012

di Aldo Visentin

Oggi parleremo della “preistoria” della luce intelligente per lo spettacolo.
Pensate la cosa risale a ben trent’anni fa! (Eravamo già tutti nati o quasi)
 

“The Chip Monck”
Durante gli anni Settanta le luci utilizzate nei concerti erano i cari inossidabili e intramontabili PAR.
Di fatto i PAR furono la sommatoria di una lampada inventata da tal Clarence Byrdseye alla metà degli anni ‘30 “avvolta” da un tubo metallico, confezionata più tardi dai fratelli Kliegel in un proiettore rudimentale, il Cine-PAR per uso portatile nella produzione dei cinegiornali. Solo agli inizi degli anni Settanta i PAR cominciano ad essere impiagati nel touring. L’allora Designer degli Stones era “Chip Monck” (al secolo Edward Herbert Beresford Monck), un designer di luci e palchi che aveva guadagnato anche una certa celebrità in quegli anni perché era stato reclutato all’ultimo minuto come maestro delle cerimonie a Woodstock. Monck introdusse per primo l’utilizzo dei Cine-PAR nel Rock’n Roll, nell’STP Tour degli Stones (nel ’72).
Ian Anderson chiese all’allora lighting designer dei Jethro Tull, Bill McManus (1946 – 2005), di concepire un parco luci come quello degli Stones, ma che doveva però viaggiare in tournée con budget più limitato e tabella di marcia più frenetica: spesso tranche di 30 back-to-back, cinque volte all’anno. Quando la band si trovò d’accordo per finanziare l’operazione, McManus incontrò Ronny Altman di Altman Lighting e gli chiese di apportare delle modifiche meccaniche ai Cine‑PAR. Entro cinque settimane Altman aveva prodotto 500 di questi nuovi “PAR-Can”. Questo proiettore praticamente ridefinì l’industria, e McManus (come se non avesse già un CV interessante) diventò di fatto uno dei più importanti pionieri della luce nel Rock’n Roll.
Le quantità di metallo (in PAR e strutture) trasportate nei tour per tutti i mitici anni Settanta diventarono consuetudine di tutte le rental più importanti al mondo, ed è a questo punto che a qualcuno venne voglia di cambiare. È il Settembre del 1980.
 

“BBQ Ristorante Salih’s”
Le grandi invenzioni come sempre avvengono “per caso” e il più delle volte a tavola.
Il ristorante in questione questa volta si chiamava Salih’s (un barbecue dalla cucina tipicamente texana) a Dallas. Come in tutte le leggende avvolte nel mistero che si rispettano, il ristorante non esiste più (non penso sia stata una grande perdita da un punto di vista culinario...).
La storia che racconteremo cercherà di ricostruire i vecchi tempi delle grandi invenzioni cercando di sfatare leggende metropolitane che spesso si “insinuano”, nel tipico verbal-tramandarsi dei fatti.
Stanchi delle grandi quantità di PAR da scarrozzare sotto l’ombra di una forte concorrenza, un pugno di uomini si incontra al ristorante per decidere come “sbarazzarsi del vecchio” e pensare al nuovo. Si tratta di un gruppo di personaggi facenti parte di una delle più importanti rental dell’epoca chiamata Showco.
Il gruppetto è composto da Rusty Brutsche (il capo), Jack Maxson (ingegnere audio), Jim Bornhorst (tecnico luci), Tom Littrell e Tom Walsh.
Il gruppetto già da un po’ di tempo sta lavorando ad un sistema cambia-colore da applicare ai PAR ma senza successi di rilievo. È per questo che i “geni” decidono di adottare sistemi completamente nuovi (abbandonando i PAR): sorgenti a scarica e filtri dicroici.
I geni al lavoro “raccattano” in ogni dove la tecnologia necessaria al loro progetto di un cambia-colore automatizzato. Già, perché sempre allo stesso tavolo del ristorante, e solo “alla fine”, si realizza che sarebbero bastati altri due motori in più per poter “muovere” il cambia-colore.
 

“I Pink-Floyd? non c’entrano!”
Che il quartetto psichedelico di Cambridge fosse già dalla fine degli anni ’60 “sperimentatore” di effetti luce altrettanto psichedelici non è un segreto, (nelle loro prime apparizioni utilizzavano proiettori di diapositive per uso domestico) ma ci tengo a sfatare definitivamente la leggenda per la quale sulla creazione delle “moderne luci ” ci sarebbe la longa manus dei Floyd.
Già, perché in realtà chi diede manforte (i denari) alla prima produzione in serie di proiettori motorizzati ad esclusivo appannaggio di un loro tour non furono i Floyd, bensì i Genesis (mi spiace per i Floydiani).
Si tratta del tour “Abacab” che debuttò a Barcellona il 25 settembre dell’81 (a Plaza de Toros).
I Genesis (già clienti affezionati di Showco) furono i primi a visionare il prototipo. Ne furono così entusiasti che il giorno stesso della dimostrazione firmarono un ordine per l’acquisto di 55 apparecchi.
Tony Smith, manager della band, coniò in quell’occasione il nome Vari*Lite.
Nella parte di tournée dell’81 furono impiegati 40 apparecchi della serie 100 (VL1) ancora allo stato di prototipi e 15 apparecchi come spare, unitamente alla console appositamente realizzata per il loro controllo. Solo la tournée dell’82 vide il debutto definitivo e mondiale del VL1.
I boati del pubblico segnarono quella notte tutti i movimenti delle luci mai visti prima. Con l’impiego dei proiettori motorizzati cambia completamente l’approccio al design della luce negli spettacoli live, introducendo concetti quali “movimento”, “tavolozza colori” e, non ultima, la voce “programmazione”.
Vari*Lite diventerà in seguito una delle aziende leader nel solo noleggio di proiettori motorizzati presso le più note produzioni live del pianeta sino agli inizi degli anni Novanta, quando l’accesso ai proiettori motorizzati in grande scala diventerà fruibile a tutte le fasce di mercato.
 

“Ci sono un inglese un francese e un italiano...”
Da bambini (e forse ancora oggi) giravano le classiche barzellette dove l’italiano “più lesto e furbo” vince in astuzia ridicolizzando gli stranieri. Uso questo paradigma (con rispetto per i colleghi stranieri, ben inteso) perché sicuramente nella storia delle luci e delle invenzioni connesse, gli italiani non solo “non perdono” ma anzi, a conti fatti, continuano a vincere.
Più o meno contemporaneamente alla venuta dei proiettori Vari*Lite, in Europa non si sta con le mani in mano e una delle prime aziende “muovi la luce” è francese, chiamata Cameleon, che già dal ’77 produce un apparecchio di movimentazione della luce attraverso specchio mobile. Lo scanner si chiama Telescan MkI e viene presentato ufficialmente alla fiera Discom di Parigi nell’81. Modelli successivi e più potenti verranno prodotti negli anni seguenti quali Telescan MKIII (con lampada da 1200 W) e quindi MKIV e MKV che si assestano stabilmente nel mondo del live.
Sempre nello stesso periodo anche le “menti” di sua maestà la Regina d’Inghilterra si muovono e, caso vuole, uno dei primi operatori-inventori luci dei già menzionati Floyd (tal Peter Wynne Willson) realizza un sistema denominato Pancan. Si tratta di uno specchio controllabile che si poteva applicare ai PAR 64. Le posizioni dello specchio erano gestite e memorizzabili attraverso un controller-Joystick dedicato.
La figura di Willson è molto nota nell’industria dei pionieri del lighting. Willson è uno degli ideatori più prolifici di effetti luce divenuti poi “famosi” quali il Dalek – utilizzato dai Floyd sino alla loro ultima tournée del ‘94 per la generazione di effetti di “luce liquida” – e Rotocolor. Il più significativo è il Beam Bender (movimentazione pan e tilt continua a 360°) realizzato poi su concessione sia da Coemar (sui proiettori NAT), che da altre aziende.
È infatti con l’imporsi dei produttori italiani di proiettori a specchio mobile agli inizi degli anni ‘80 che le aziende come Pancan o Autoscan (altro marchio britannico che ha prodotto i primi yoke per movimentare i PAR) furono costrette a chiudere i battenti.
Coemar Robot e ClayPaky Goldenscan furono i primi proiettori luce a specchio mobile che spopolarono in tutto il mondo per qualità, tecnologia e affidabilità.

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