Hardware vs. Software

07 Nov 2012

di Lorenzo Cazzaniga

Un’altra conseguenza evidente, provocata dalla “softwareizzazione” del processo di lavorazione nella fase di produzione e della conseguente concentrazione di gran parte delle operazioni intorno ad una postazione computer, è quella della suddivisione dei ruoli nei team di lavoro, sia tecnici sia musicali, rispetto alla loro tradizionale composizione, giustificata, in molti casi, dalla necessità e dalla possibilità di accentrare sulle spalle di una sola persona molti ruoli differenti (ad esempio quelli di musicista, fonico, arrangiatore e produttore). Al di là della sempre maggiore riduzione dello sfruttamento dell’interplay musicale, questo fenomeno tende a minare alla base la sana condivisione con gli altri operatori, sia per quanto riguarda il confronto costruttivo tra colleghi, sia in relazione all’interazione tra figure con ruoli differenti ma complementari operanti contemporaneamente nello stesso staff di produzione.
Nei vent’anni passati a lavorare in studio, ricordo innumerevoli situazioni in cui ho visto il confronto tra persone competenti, l’uso di attrezzature dedicate con particolarità specifiche e la capacità degli operatori di sfruttarne a pieno gli elementi distintivi diventare sorgente di soluzioni capaci di dare carattere, originalità e definizione a produzioni ed artisti.


Va inoltre considerato come i software, per un’esigenza più strettamente commerciale che intrinseca, abbiano la necessità di rinnovarsi costantemente e, per attirare il maggior numero  possibile di utenti, debbano continuamente stupire gli operatori, introducendo sempre ulteriori novità, anche a rischio di diventare meno ergonomici e più complessi. La necessità delle aziende di garantirsi la sopravvivenza, a fronte degli alti costi di progettazione e sviluppo, impone ai produttori l’obbligo di un costante aumento delle vendite dei software. Questo tipo di problema è generato dal fatto che la fase di ricerca, sviluppo e progettazione dei programmi richiede spesso anni di lavoro ed elaborazione, durante i quali le variabili esterne non prevedibili (cambi di piattaforme hardware, di protocolli di trasmissione dati e di sistemi operativi da parte dei produttori di computer) intervengono spesso a complicare un processo già difficile di suo. Va poi compreso che il prezzo di mercato di detti software è fortemente limitato da due fattori principali:  il primo si basa sull’idea che la concessione di una licenza d’uso (e quindi il “non possesso” reale di un “non oggetto”) non è un bene per il quale sia possibile chiedere una somma di denaro rilevante, specie se ci si rivolge principalmente ad un target di utenza di tipo “consumer” come nel caso di molte delle applicazioni musicali. Il secondo elemento è la pirateria che, non potendo essere arginata in modo definitivo e costante, obbliga i produttori a contenere i prezzi dei software per evitare che almeno nella fascia professionale non prenda piede l’uso sistematico delle varie versioni illegali. Si pensi che diverse delle aziende produttrici di software audio e musicale sostengono di aver concentrato in questi ultimi due anni gran parte dei loro sforzi più per la ricerca e lo sviluppo di nuovi sistemi di protezione dalla copia illegale dei loro prodotti che nello sviluppo dei software stessi.
Tutto questo fa sì che la propensione “qualitativa” della produzione dei programmi risulti essere sempre seconda ad esigenze di tipo commerciale ed economico fino al punto in cui l’idea originale di eccellenza del settore audio di produzione musicale inseguita per moltissimi anni (al punto di rendere il nostro settore uno di quelli tecnologicamente più evoluto) appaia addirittura in contrasto con la logica di sviluppo dei software stessi.


Ancora una volta le due differenti filosofie di approccio ci riconducono ad un’unica antica legge naturale: la concentrazione di molte funzioni in un solo elemento (quindi il concetto di quantità) fatica ad essere compatibile con quello di qualità.
Lo studio e la produzione dei componenti di tipo  hardware presentano invece il vantaggio di non essere vincolati ad un altro elemento basilare (per altro anch’esso hardware…) come il computer, ma lasciano tutto lo spazio scientifico e creativo per la ricerca di soluzioni anche tecnologicamente innovative. Anche l’aspetto economico presenta limitazioni differenti, essendo  spesso gli elementi hardware concepiti prima per l’utenza professionale e solo in un secondo momento sviluppati per gli utenti “consumer”. In questo senso l’apparecchio hardware trova la sua ragione di esistere nella soluzione qualitativamente migliore al problema che ne ha stimolato la creazione.
Certamente questo discorso può, nella sua demagogia, apparire anacronistico: è evidente che oggi non è possibile per l’industria musicale pensare di prescindere dagli elementi tecnologici e dal loro percorso di sviluppo nella direzione “computer e software centrica”, né tanto meno prevederne un futuro “downgrade” in cui una tecnologia costituita da sole macchine hardware dedicate prendano (o ri-prendano, se si guarda al passato) il posto di quelle attuali.
L’analisi però approfondita della logica di sviluppo e non solo di utilizzo dei due tipi di tecnologia confrontati ci permette di vedere quanto sia virtuoso o negativo lo stimolo naturalmente indotto su tutti noi utenti finali, professionisti e non, che, affascinati e avvantaggiati nella pratica lavorativa dalle sempre maggiori possibilità introdotte dall’evoluzione, subiamo involontariamente tutti gli aspetti negativi che questa porta con sé.
Un altro aspetto da tenere presente è quello di carattere psicologico.
La transizione continua dall’utilizzo di attrezzature di tipo hardware – che richiedono costi significativi per il possesso e la manutenzione, ma anche una conoscenza specifica del loro utilizzo e del loro interfacciamento con altri sistemi omologhi e complementari (che quindi induce l’operatore ad avere un rapporto di attenzione e di affezione più profonda e specifica) – a quelle di tipo software, ormai dominio della gran parte delle persone anche non professioniste, riduce in modo evidente il “potenziale di fuoco” sia tecnico che psicologico di coloro che si trovano a dover sviluppare professionalmente contenuti di alto livello più o meno con gli stessi strumenti di coloro che realizzano demo e dischi a casa.


Inoltre l’effetto domino generato dall’utilizzo di una tecnologia che nasce con prerogative molto diverse (pur offrendo diverse possibilità in più della precedente, specialmente in termini economici, di spazi e di tempo) crea a volte distorsioni curiose nella logica di approccio al lavoro.
I due esempi coi quali  quotidianamente si scontra chi come me si occupa spesso della fase di mixaggio di prodotti musicali sono quelli della possibilità di richiamo delle situazioni e della compatibilità.
Oggi la prima richiesta esternata dal cliente che domanda il mixaggio di un brano è la possibilità di richiamare la situazione in ogni suo particolare, esattamente come al termine dell’operazione di mix, per poter ritoccare il prodotto successivamente.
Questo concetto, che è ovviamente positivo  nel senso della possibilità di perfezionamento del prodotto, mette chi lavora nella condizione di fare scelte a priori nella tecnologia coinvolta non necessariamente dettate dall’inseguimento della qualità massima da esprimere, ma dipendenti da richieste esterne legate  all’abitudine di utilizzo di un certo tipo di tecnologia. In più, sapere che tutto può essere corretto mette l’operatore in una condizione psicologica stranissima: sarebbe come chiedere ad un professionista  del calcio di giocarsi la partita della vita sapendo che in caso di sconfitta la partita può essere tranquillamente rigiocata… (certo l’errore va chiaramente contemplato sempre, ma ciò che va valutato è l’atteggiamento che questo modo di operare induce).


L’altro aspetto che mi fa riflettere spesso riguarda la questione della compatibilità che l’utilizzo di sistemi di produzione di tipo prevalentemente software porta con sé.
La necessità di essere totalmente compatibili con le situazioni lavorative diverse (recording studio, project studio, home studio, sottoscala...) in cui lo scenario attuale vede muoversi in varie direzioni progetti in forma di sessioni di lavoro, costringe a scelte praticamente obbligate sia per quanto riguarda il software host sia per le relative applicazioni complementari usate per l’editing ed il processing. Questo sembra essere diventato un elemento prioritario anche rispetto alla reale qualità che i software stessi sono realmente in grado di esprimere dal punto di vista audio. Suggerisco di eseguire un semplice esperimento con cui, utilizzando i medesimi file audio di riferimento, la medesima sorgente da registrare ed il medesimo hardware per il recording ed il replay, si possono confrontare le reali capacità di preservare intatta la qualità audio dei vari software host. Come si vedrà i risultati sono tutt’altro che scontati, specialmente dal punto di vista della dinamica, della stereofonia e della costanza di gestione rispetto al tempo dei buffer di recording in relazione all’aumento del numero di sorgenti da registrare, con differenze non del tutto trascurabili. Scopriremo così di essere compatibili in modo quasi integrale con la quasi totalità delle situazioni di produzione, ma non propriamente con l’idea che il sistema che si utilizza sia la migliore soluzione possibile per la difesa della qualità audio.


Se il ragionamento viene parallelamente riportato nella dimensione dell’utilizzo della musica da parte degli ascoltatori, si coglie subito l’analogia con il settore di produzione: la trasformazione software che la musica ha subito negli ultimi anni l’ha resa refrattaria al desiderio di affezione da parte degli utenti che, potendo accedere istantaneamente al catalogo globale, scelgono la “colonna sonora della loro vita” con la matematica certezza che il materiale musicale al quale rivolgono la loro attenzione sarà presto o tardi sostituito da altro, probabilmente più interessante, che troveranno magari a costo zero peregrinando nella rete. Col rischio che la colonna sonora della vita si trasformi inesorabilmente nel suo sottofondo.
Allora tocca in primo luogo ai professionisti dell’industria difendere con forza ed oggettiva onestà qualsiasi elemento dell’una o dell’altra specie capace di agevolare il processo di lavorazione  ma anche di migliorare e caratterizzare in modo personale e unico il prodotto finale, anche se dal punto di vista dell’investimento queste scelte possono talvolta risultare dolorose.
Dice il saggio: “Tra ciò che è reale e ciò che è virtuale c’è una porta: quella porta siamo noi”.

 

 

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