Workshop: Creare e produrre la colonna sonora - quinta parte

08 Nov 2013

di Stefano Lentini

Mondi

Premesso che i compositori sono un genere di persone abbastanza insopportabili, egoiche, snob, presuntuose e superbe, è loro prerogativa avere come riferimento musicale un gruppo di nomi, metà dei quali sconosciuti ai più e metà scelti tra i più grandi compositori contemporanei, perlopiù musicisti che lavorano ad Hollywood o in altri luoghi misteriosi e iconici. L’ispirazione è una cosa, l’imitazione un’altra, eppure le due strade si confondono spesso in ipertrofiche ricerche di maestosità.

In Italia è raro che si producano film che necessitino di orchestre sinfoniche di novanta elementi con cori e riprese aeree alla Avatar, tuttavia il compositore vive sempre nella scissione di una volontà creativa che mai trova posto.

Ci sono invece un paio di cose che un compositore deve saper fare prima di mettere mano agli strumenti e si tratta di competenze che riguardano più la consapevolezza che la tecnica musicale. Prima cosa: capire l’ambientazione del suo film, le sfumature narrative, emotive. A tali sfumature deve saper affiancare un’idea di suono che non sia sopra le righe, che non trasformi la narrazione in altro, che non sposti l’attenzione altrove che non caratterizzi erroneamente la storia. Questa consapevolezza rappresenta il cinquanta per cento della riuscita della musica per immagini. Il restante cinquanta per cento è dato chiaramente dalla qualità della musica. Non occorre necessariamente avere a disposizione un budget milionario, e tanto più non possiamo imputare la colpa della mancata riuscita di una musica all’assenza di fondi. I grandi maestri ci insegnano proprio che a volte è sufficiente uno strumento solo per creare la giusta atmosfera.

La prima sfida di ogni colonna sonora si fonda proprio sulla capacità di prendere la giusta distanza da essa, non proiettarci sopra delle aspirazioni dissociate, dei desideri creativi incoerenti con la narrazione. Fatto questo, capito l’orizzonte entro il quale muoverci, avremo risolto una gran bella questione, ed evitato in sintesi di andare fuori tema.

Temi

Da dove si inizia a comporre una colonna sonora? Qual è il primo passo per iniziare? Non esiste un luogo privilegiato da cui partire. Non è l’inizio, non è la fine, non è il centro o la periferia. Esiste però un luogo simbolico dal quale iniziare è più facile, dal quale l’horror vacui della pagina bianca può farci meno paura. È anche un esercizio utile e consiste nel cercare di scrivere un brano (breve) che racchiuda tutta la storia del film. Se questo inizia a funzionare significa che siamo sulla strada giusta e tutti i rami potranno germogliare dal loro tronco. Potrebbe diventare il tema del film, o un buon punto di partenza, comunque di certo una via preferenziale per sintonizzare un suono con una storia.

Visioni

Non è detto che un buon musicista abbia la consapevolezza precisa della relazione tra musica e immagine, spesso la conoscenza della musica porta fuori strada. Il musicista sa che in quel giro di accordi c’è una settima maggiore, è portato a pensare che la settima agisca in un certo modo e da questo genere di pregiudizi può farsi confondere e portare fuori strada. A volte sono i neofiti, gli ascoltatori puri, il pubblico, che la sa molto più lunga degli addetti ai lavori. Sono loro che senza pregiudizi intellettuali riescono ad apprezzare o meno la musica sulle immagini nella sua connessione più semplice, immediata, meno razionale.

Ecco, noi dobbiamo tornare in quel luogo innocente e smaliziato dove la triade non è né semplice né banale, dove il modo minore può celare gioia e la maggiore preoccupazione. Dobbiamo cancellare ogni cosa che sappiamo sulla musica, ogni nozione tecnica, ogni sapere intellettuale e tornare ad usare solo le orecchie ed il cuore.

I musicisti spesso dimenticano come si faceva perché troppo presi dalle regole che sottostanno alle loro mani.

Funzioni

Non è di questo mondo la coerenza. Tanto più nella musica e nelle colonne sonore. Però possiamo individuare dei principi generali nel modo in cui usiamo e maneggiamo la musica da film. Possiamo suddividere la musica per immagini in base ad una serie di funzioni che assolve: a) Aprire; b) Chiudere; c) Sospendere. Sono tre funzioni che si comportano come frattali: ogni apertura può sospendersi e chiudersi, ogni chiusura può aprirsi o sospendersi, e così via. Nello specifico tuttavia ogni scena ha bisogno di una funzione che va oltre il genere, il suono, lo stile. La prima domanda cui il compositore prima di mettere mano allo strumento deve rispondere è dunque: cosa deve fare la musica qui?

E le sotto-domande sono: l’emozione da trasmettere è già definita? Occorre risolvere in una specifica direzione? (chiusura). O evolversi verso una novità? (apertura). Oppure siamo in attesa? (sospensione). Siamo nel campo delle semplificazioni ed in genere è difficile trovare una sequenza statica, le cose sono sempre più complesse, ma questo discorso ci aiuta ad osservare gli strumenti di cui abbiamo bisogno.

Un elemento che può aiutare molto durante la fase creativa è il tempo. Ogni scena sottende una pulsazione. Essa non è stabilita e varia a seconda della nostra percezione. Potremmo dire che ogni scena sottende tante pulsazioni quante sono le persone che la guardano, il nostro compito resta comunque quello di individuare la nostra. Alcuni compositori lavorano a volte partendo proprio dal ritmo che percepiscono nelle immagini e come prima cosa stendono una griglia temporale su cui costruire melodie, armonie, eccetera. È una tecnica, e come tutte le tecniche è discutibile e fallibile, ma pur sempre un modo per approcciare il lavoro.

Strumenti

Il passo successivo è dimenticare tutto ciò che abbiamo detto finora. Accartocciare questo articolo, urlare una segreta formula magica composta da almeno quattro parole di cui tre inventate, lavare i piatti sporchi rimasti nel lavello dalla settimana scorsa e poi infine sedersi al piano e mettersi a suonare.

Si dice in genere che il pianoforte sia lo strumento privilegiato per comporre musica. Inutile fare l’elenco dei grandi compositori che suonano altro o che vengono da esperienze musicali non prettamente pianistiche. È vero, forse il piano ha una capacità di sintesi maggiore di uno strumento con quattro corde ma resta valida la massima secondo cui tanta fantasia al flauto dolce è molto più potente di pochi stanchi accordi a dieci dita sul pianoforte.

Dico questo perché credo che ciascuno debba, per prima cosa, individuare il proprio strumento senza limitarsi alle iperboli imitative di altri compositori. Parlo di ogni tipo di strumento: tecnico, musicale, operativo, pratico, teorico, immaginifico.

Mistero

Se dovessimo insegnare a scrivere a qualcuno come prima cosa ci occuperemmo delle lettere. A, B, C, D… poi le minuscole, poi come legarle tra loro, poi le parole più semplici, più consuete, poi il nostro nome, e così via. È quello che abbiamo fatto da bambini, siamo partiti dal memorizzare un segno, ne abbiamo svelato il significato ed abbiamo imparato ad associarlo a vari contesti, parole nuove, accostamenti sempre in divenire. Poi improvvisamente abbiamo dimenticato tutto e le parole hanno cominciato ad uscire dalle nostre penne come un flusso a tempo con i pensieri. Dico “scrivo una frase qualsiasi” e nello stesso tempo lo scrivo. La stessa cosa abbiamo fatto con la bicicletta, pedalare è un’azione unica con lo stare in equilibrio. La stessa ancora con la guida dell’auto: cambiare le marce, premere la frizione, toccare una punta di freno, abbassare il volume dell’autoradio e infine accelerare. Tutte cose apparentemente ed inizialmente complicatissime, una catena di operazioni macchinose e lente da far impazzire. Eppure l’automatismo ci ha reso alfabetizzati, patentati, ciclisti. Anche lo strumento musicale funziona nello stesso modo: tocco la corda, muovo la mano goffamente, cerco di farle andare insieme mentre fanno due cose diverse, ecco, alla fine dopo un po’ d’esercizio, suono. Scrivere, è possibile insegnarlo, ma non è possibile insegnare a raccontare. Ognuno racconta a modo suo e trova la sua via. Posso ispirarmi a Dante, Dickens o Virginia Wolf, ma alla fine devo essere io a trovare la mia via e soprattutto raccontare ha un senso se saprò raccontare la mia storia. Anche scrivere una colonna sonora è una forma di racconto e per farlo prima di cercare tra le regole di composizione occorre cercare tra le pieghe delle proprie tasche.

 

 

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