Hardware vs. Software

05 Ott 2012

di Lorenzo Cazzaniga

Lo sviluppo moderno dei metodi di produzione e riproduzione della musica, ai quali l’industria discografica ci ha abituati nell’ultimo decennio, vede una sempre crescente presenza di computer come elemento cardine delle fasi di realizzazione e fruizione dei prodotti musicali stessi.
Questa continua, naturale e inarrestabile tendenza, porta con sé una conseguente “softwareizzazione” del settore audio, cioè la sempre più spiccata presenza di elementi software in tutte le fasi di genesi ed utilizzo dell’opera musicale.
L’origine di tutto ciò deriva certamente dal processo di digitalizzazione della musica che ha visto accrescersi nel tempo la possibilità di “storaggio”, processo, editing e riproduzione dei dati relativi agli elementi musicali all’interno di supporti riscrivibili (hard disk) e non (CD, DVD), trasformando così il computer nell’elemento insostituibile sia per i produttori sia per gli utenti finali delle opere musicali.
Tutto lo sviluppo tecnologico del settore audio conseguente, forte dei vantaggi che una scelta come questa porta con sé, ha quindi subìto una decisa sterzata nella sua evoluzione, adattandosi il più velocemente possibile all’idea che al centro del processo creativo e di utilizzo non fossero più impiegate soltanto differenti attrezzature dedicate a compiti specifici, ma che la gran parte delle funzioni venissero concentrate in un’unica “macchina” in grado di affidare a sé, grazie alle sue potenti doti di calcolo e alla sua capacità di simulazione, la quasi totalità delle operazioni di recording, processing, playback, mixing e mastering, ma anche di storaggio, catalogazione e riproduzione. Per quello che riguarda la fase di produzione, si è transitati in un’epoca in cui lo “spazio” e la specificità delle attrezzature (ma anche dei compiti delle persone coinvolte) hanno lasciato il campo al “tempo”, nonché alla prerogativa di poche macchine (ormai quasi solo computer) di concentrare in loro molti dei compiti una volta svolti da più apparecchiature. E questo è valido anche per le mansioni delle persone coinvolte nella produzione!


Dagli anni ’30 fino agli anni ’70, infatti, la logica standard di produzione della musica pop prevedeva grandi studi capaci di contenere un numero elevato di musicisti che erano spesso in grado, sotto la guida di arrangiatori e produttori ed il supporto di tutto lo staff tecnico, di realizzare in sessioni molto veloci (addirittura spesso in presa diretta) il prodotto musicale completo, utilizzando attrezzature tecnologiche create e sviluppate sulla base delle fattive esigenze che via via si presentavano nella fase di lavorazione.
L’introduzione negli anni ’60 della tecnica di registrazione multipista ed il successivo avvento negli anni ’80 dell’uso dei computer nella fase di produzione hanno poi portato sempre più ad una riduzione degli spazi di lavoro necessari, ad una lenta ma inesorabile frammentazione del lavoro dei musicisti (sempre meno contemporaneo e sempre più sviluppato individualmente) e ad una conseguente  sempre maggiore necessità di tempo per il raggiungimento del medesimo risultato finale in termini qualita tivi. L’uso ormai insostituibile dei sistemi “software based”, che dagli anni ’90 ad oggi è aumentato in modo esponenziale, ha enfatizzato questa tendenza verso il ridimensionamento dei budget, degli spazi e delle persone coinvolte nelle produzioni musicali.
La trasformazione dello scenario complessivo ha avuto come prima diretta conseguenza positiva il fatto di rendere il meccanismo della musica più accessibile ed economico, specialmente per ciò che riguarda la fase di produzione; infatti il numero di persone che nell’ultimo ventennio è riuscita ad introdursi in modo più o meno stabile nel circuito della produzione discografica è aumentato in modo considerevole rispetto al passato, quando costi, strutture, necessità di coinvolgimento di musicisti e operatori specializzati rappresentavano per molti una barriera naturale alla possibilità di ingresso nel circuito stesso. Di contro, però, l’estensione della possibilità di entrare a far parte dell’industria discografica, in modo semi-professionale o professionale, ad un numero sempre maggiore di operatori, ha portato con sé una vera e propria rivoluzione dal punto di vista della qualità media espressa nei prodotti, specialmente se si considera la naturale propensione dell’industria stessa al risparmio, in relazione alla complessa situazione odierna. Così se una volta la tecnologia aveva come riflesso la selezione naturale della componente umana e professionale, oggi ha come logica conseguenza l’allargamento della base di accesso a più persone e quindi in un certo senso la propensione all’omologazione.


La trasformazione riguarda anche il processo di fruizione della musica, che viene concepito oggi in modo sempre più strettamente legato alla possibilità di mettere la musica stessa in relazione con i software che ne regolano la gestione, la vendita e l’archiviazione, nonché la possibilità di renderla disponibile in mobilità (Mp3 player e telefoni) e sulla rete.
In questo caso, la possibilità di accedere a tutto il catalogo musicale mondiale in qualsiasi momento ed in quasi qualsiasi luogo, con un prezzo assolutamente alla portata delle tasche di molti (addirittura gratis se si considera il fenomeno della pirateria... sic!) ha come conseguenza diretta un abbassamento sia dell’attenzione dell’utenza finale, sia una naturale repulsione all’eccesso di proposta (dando vita all’effetto “grande supermarket” in cui i prodotti sembrano sempre più assomigliarsi anziché differenziarsi).
Il processo mentale per il quale ognuno di noi possiede la naturale tendenza ad attribuire un valore maggiore ad oggetti “reali” (ciò che nel nostro settore è hardware) rispetto ad oggetti “virtuali” (quello che invece è software, files, ecc.) ha una radice arcaica profonda, legata alla nostra stessa essenza, ed è facilmente comprensibile.


Passa di certo più inosservato il fatto che mentre lo sviluppo dell’apparecchio “hardware” nasce quasi sempre dall’esigenza di proporre una soluzione unica ad un problema reale esistente, il “software” spesso è sviluppato per replicare, migliorare o velocizzare il funzionamento di sistemi già esistenti oppure per mettere sistemi reali in relazione tra loro. Questo fatto, se posto in relazione con la propensione dei produttori di software ad avere una rete molto complessa di “obblighi” tecnici, commerciali e strutturali legati all’utilizzo del computer come elemento centrale, spiega chiaramente quanto sia naturalmente limitato il loro potere creativo, in particolar modo a danno dello sviluppo della specificità dei prodotti.
Un’altra conseguenza evidente, provocata dalla “softwareizzazione” del processo di lavorazione nella fase di produzione, è quella di accentrare sulle spalle di una sola persona molti ruoli differenti, ad esempio quelli di musicista, fonico, arrangiatore e produttore... ma questo lo vedremo sul prossimo numero.

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