Stefano Lentini

di Alfio Morelli Stefano Lentini

Molti dei nostri affezionati lettori seguono da tempo con interesse la rubrica Indipendenti Dentro di Stefano Lentini, con cui amiamo fare una piccola deviazione dal discorso prettamente tecnico per parlare di musica, e quindi di arte, e quindi di vita... che poi è alla base di tutto quello che ci sta intorno, compreso il nostro lavoro.


Ma chi è Stefano Lentini? Molti di voi avranno ascoltato la sua musica, magari senza saperlo, così abbiamo pensato fosse il momento di scoprire il suo percorso ed il suo lavoro.
Stefano è un compositore polistrumentista romano che scrive prevalentemente colonne sonore per cinema e televisione. Ha firmato le musiche di alcuni film prodotti da Rai Fiction, come Il sorteggio e Bakhita di Giacomo Campiotti, nonché di numerosi documentari tra cui Skin Deep, Fumo nero all’orizzonte, Uno di noi e Sfiorando il muro, selezionato alla 69ma Mostra del Cinema di Venezia.
Ha scritto le musiche per la trasmissione televisiva Ballarò e per il corto-beffa La Nuova Armata Brancaleone firmato da Mario Monicelli.
Ma ha anche pubblicato otto album, tra cui le colonne sonore di Shooting Silvio (C.A.M. Original Soundtracks) e Il sorteggio (Rai Trade).
Stefano ha anche tenuto corsi di “Musica per il cinema” presso l’Istituto di Stato per la Cinematografia e la televisione “Roberto Rossellini” di Roma, ed è un esperto di sound design e sonorizzazione.
Cosa piuttosto particolare, non si è mai diplomato al conservatorio, ma è laureato in Antropologia Culturale.

“Fare musica – ci racconta – è sempre stato una pratica più che uno studio: creare, registrare, sovraincidere sono state le attività che mi tenevano sveglio la notte. Ho cominciato suonando una chitarra costruita da mio nonno falegname con le ante di un vecchio armadio. Poi sono passato alla chitarra acustica: la chitarra folk è stata per quasi un decennio la mia cattedrale in cui piangere, sognare, pregare. Tutta la mia ricerca musicale si è svolta tra le sei corde in metallo. Dentro ci mettevo l’aria dei notturni di Chopin, il virtuosismo del prog dei King Crimson, la solennità della musica medievale. Ma ho sempre avuto bisogno di comporre, non sono mai riuscito a dedicarmi all’esecuzione di brani altrui per più di mezza giornata. È così bello ascoltare che non serve altro. Forse per questo la musica che ho fatto è stata sempre la mia. Quando qualcuno mi chiedeva: mi suoni qualcosa? L’unica cosa che potevo fare era suonare cose mie. All’inizio quasi frustrante, poi normale. Ecco la ragione del mio percorso anti-accademico e un po’ atipico: ho studiato per 8-10 ore al giorno, come tutti i musicisti del conservatorio, l’unica differenza era che studiavo musica composta da me...

La grande svolta è arrivata con il digitale. Da quando avevo quattordici anni lavoravo su un registratore a cassetta Fostex quattro piste, poi a diciott’anni, con il lavoro di un’estate, conquistai un otto piste a bobine usato, ma la sensazione era che mi sarei fermato lì. Andavo da Cherubini (noto negozio di strumenti musicali di Roma – ndr) a guardare gli Studer 24 piste, ma avevano prezzi inarrivabili, per me, figlio di impiegati, era il costo di un appartamento. Poi, dopo la laurea, ho lavorato come fonico e ho scoperto il potenziale dell’HD recording: un’orchestra dentro casa che non aspettava altro che essere diretta. Straordinario. Cominciai ad andare a dormire non prima delle dieci di mattina”.


Quando sei entrato nel mondo delle colonne sonore?
Un amico direttore d’orchestra mi chiese di scrivere un brano per un concerto che avrebbe diretto con un grosso organico sinfonico. Sarebbe stata la mia prima esecuzione dal vivo con una grande orchestra. Avevo a disposizione venti violini, otto viole, sei ‘celli, tre contrabbassi, tre trombe, tre oboi, tre flauti, tre corni francesi, tre fagotti, tre clarinetti, un timpanista, un percussionista e un pianista. Quasi sessanta elementi: non esitai un attimo. Li usai tutti. Lavorai un mese e mezzo ininterrottamente dalla mattina all’alba cercando di sfruttare al massimo l’organico. Non usai mai unisoni, sempre parti separate, spingendo la scrittura ad un numero di parti diverse impressionante, venti o forse più, cosa talvolta inutile.

Ne è uscito il Concerto per piano e orchestra 84 Urne (era il 2004, 84 urne elettorali erano state portate dagli elicotteri delle Nazioni Unite nella zona di Kabul, e una foto pubblicata su Internazionale che ritraeva alcune bambine intente a guardare la scena aveva mosso una riflessione sul rapporto tra guerra, pace, democrazia e gasdotti). Il giorno del concerto l’orchestra, che era in una tournée folle, arriva in pullman stanca e affamata e in una prova di poche ore esegue tutto il repertorio, Beethoven, Rossini, Lentini. Suonava strano questo abbinamento. La sera stessa il concerto è stato eseguito con esiti discutibili ma con mia grandissima felicità, anche se ero così emozionato da non essere riuscito ad ascoltare una sola nota. Grazie a questo concerto sono stato coinvolto nella produzione di una colonna sonora in cui ho lavorato come co-compositore, ingegnere del suono, arrangiatore, musicista. Era In un altro paese, documentario diretto da Marco Turco, selezionato al Festival di Locarno e distribuito da Fandango. Firmai così il mio primo contratto.

Stefano Lentini


Spiegaci questo mondo a noi un po’ oscuro: come si diventa compositori di colonne sonore?
Non credo esista una via o un percorso unico. Il mondo delle colonne sonore è piuttosto un universo fatto di tanti mondi paralleli che funzionano con regole diverse. C’è il mondo del cinema che fa attenzione alla musica, rispetta la creatività e ne riconosce il valore. C’è il mondo del cinema che sfrutta la musica come una voce del budget dalla quale si può sempre tagliare qualcosa, c’è il mondo dei produttori squali e quello dei discografici pigri, ci sono produttori con le orecchie sempre aperte e quelli che si attengono alle regole. Ci sono registi innamorati del loro lavoro e della vita, registi che odiano la vita e usano il lavoro per sfuggirvi, ci sono artisti e burocrati, fantasisti e pedestri.
Credo che l’unica via sia scrivere musica, tanta, sempre. E poi condividerla, promuoverla, farla ascoltare. 


Tu hai anche una buona base tecnica; questo ti è utile a livello creativo?
È utile finché non te ne dimentichi. Se per momento creativo intendi quell’attimo misterioso in cui una persona diventa veicolo di un flusso ignoto che non domina e non controlla, allora assolutamente No. Se parliamo invece del mestiere che serve per finalizzare quest’idea, allora si, è molto utile, ti consente di conoscere la direzione in cui andare, di dialogare con gli strumenti di registrazione, di poter meglio dosare gli ingredienti. Ma porta con sé un rischio, quello cioè di farti spostare l’attenzione più sul risultato che sul contenuto. E una canzone brutta registrata bene resta sempre una canzone brutta.

Su Sound&Lite la tua rubrica si chiama Indipendenti Dentro, evidentemente un tema che ti sta molto a cuore. Qual è il tuo pensiero in proposito?
Indipendenti dentro voleva essere un titolo per una rubrica, mi sono reso conto col tempo che è molto di più: è un motto, un’aspirazione, una linea guida, una filosofia di vita, una ricerca, un traguardo. L’indipendenza nella musica, e nelle arti in generale, è uno strumento di salvezza, di libertà e di espressione che rischia di essere sempre liquidato brutalmente dalle regole, le usanze, gli stilemi che caratterizzano un’epoca. Dare spazio alle identità, salvare le differenze, valorizzare i talenti è la via che permette al flusso misterioso della creatività di avere sfogo. Invece spesso si pensa alla musica come a un artigianato diviso per generi, dove il pop si fa in un modo, il rock in un altro, il jazz così e la colonna sonora colà. Ecco: questa visione settoriale è l’inizio della fine, la stereotipia che tutto divora. Credo che dovremmo sempre cercare di restare collegati con quanto di più puro ci ha spinto in una direzione, saper dire di no e non nascondere le nostre fragilità dietro lo scudo protettivo del “tutti fanno così”. Restare cioè indipendenti, ma non all’esterno, con slogan bizzarri e chiassosi, bensì dentro.


Qual è il sogno nel cassetto di Stefano Lentini?
Il sogno nel cassetto è un’immagine tenera, ma anche disastrosa perchè ti autorizza a sognare senza fare nulla. I sogni non devono stare nei cassetti, i sogni devono essere palesati, cercati, se sono tali. Altrimenti rischiano di diventare ripieghi mentali. Penso che riuscire a sintonizzarsi consapevolmente con ciò che si ha sia la grande sfida da affrontare quotidianamente. Vivere ogni momento della vita profondamente e autenticamente è il valore da ricostruire. Il sogno nel cassetto è l’immagine di una vita costellata di eventi chiave più importanti degli altri, è una visione sbagliata, un modo per vivere in funzione di obiettivi collegati ad immagini mentali, più che alla vita.

contatti: STEFANO LENTINI

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